di Carmine Gazzanni
Associazione a delinquere finalizzata all’abuso della professione, maltrattamento sui minori, violenza privata. Questi sono i reati per i quali oggi una delle sette più attive in Italia, Arkeon, è sottoprocesso a Bari (senza dimenticare una condanna in primo grado a sei anni per violenza sessuale ad uno dei maestri di questa psicosetta). Tra gli imputati anche lui, il leader maximo del movimento, Vito Carlo Moccia. Abbiamo parlato con una fuoriuscita: la sua testimonianza è a dir poco scioccante.
Arkeon nasce nel 1999 e, da lì, comincia ad espandersi a macchia d’olio. Non solo in Puglia, ma in tutta Italia, come ci conferma la fuoriuscita con cui Infiltrato.it è riuscito a mettersi in contatto. Un proselitismo ad ampio raggio tramite cui numerosi adepti sono caduti nella rete di Arkeon. Soprattutto per quanto veniva propagandato: la capacità di compiere veri e propri miracoli. “Pensi di poter risolvere ogni problema e di sconfiggere anche la malattia”, ci dice il nostro contatto. Insomma, con Arkeon diventi un dio sulla Terra. A patto, però, che rompi i rapporti con i tuoi genitori, con la tua famiglia e con i tuoi amici (leggerete di falsi abusi sessuali che venivano fatti ricordare agli adepti, sebbene non fossero mai capitati. Un bel modo per far tagliare i ponti con i propri familiari). Ma, come ogni setta che si rispetti, la felicità, la serenità, la realizzazione personale sono solo facce di una stessa falsa medaglia. Il vero volto di Arkeon è violenza, è maltrattatamento finanche sui bambini, è calunnia, è minacce, intimidazioni, sfruttamento. Con un solo fine da raggiungere: fare cassa. Anche se questo, molto spesso, significa distruggere la vita di uomo, di una donna, della propria famiglia.
La storia che ci si racconta è una di quelle da leggere attentamente. Con devozione, verrebbe da dire. È una di quelle storie rivelatrici, che aiutano a riflettere, che aiutano a capire la realtà di un fenomeno troppe volte sottovalutato e non tenuto in giusto conto. Le risposte che ci sono state date, infatti, non soltanto hanno il sapore amaro, arido quasi, di un’esperienza che sconvolge. Nelle parole che abbiamo sentito e che voi potrete leggere c’è anche la viva speranza, il desiderio ardente che qualcosa possa cambiare in futuro, che il dramma subìto possa essere da esempio per altri. E possa essere da esempio affinchè le istituzioni prima e la società civile poi prendano coscienza di un fenomeno ormai dilagante. “Spero non sia solo un sogno…”, ci dice al termine dell’intervista. Ci uniamo anche noi a questa speranza. D’altronde un proverbio sudamericano recita: “se uno sogna da solo, il suo rimane un sogno. Ma se sogna insieme agli altri, il suo è già l’inizio della realtà”.
Quando è entrata in Arkeon?
Nella prima metà degli anni duemila, l’ultimo periodo di attività del gruppo.
E com’è entrata nel gruppo?
Sono stata portata ad una riunione da un mio familiare che era già dentro.
Uno dei caratteri comuni alle sette è la chiusura con l’esterno. Quando lei è entrata è cambiato il rapporto con i suoi familiari e i suoi amici?
Completamente. Arkeon ha subito dato un'interpretazione della relazione con la mia famiglia come negativa per la mia crescita accusandola anche di abusi nei miei confronti, che dovevo affrontare per poter essere felice e riappropriarmi della mia vita. E lo faceva con tutti: agli uomini ad esempio si diceva spesso che le madri impedivano la loro crescita per poter continuare a tenerli morbosamente legati a loro, poiché c'era un'energia sessuale che portava le madri stesse a vederli come propri partner e non come figli; a donne ed uomini si inducevano dubbi sul fatto di essere stati violentati dal padre o da uno zio, spesso e volentieri da un pedofilo della famiglia della madre. Questo perché c’era una teoria sulle perversioni della madre che poi riversava nel far abusare la propria figlia consegnandola ad un altro uomo della sua famiglia, il pedofilo appunto. In questo modo eri disgregata e arrivavi a dubitare di tutto: tutto quello che era la vita prima di Arkeon era sbagliato, famiglia, amici, lavoro, scelte di vita. Se non eri ricco e famoso era perché avevi dei processi da risolvere che erano determinati dall’influenza negativa della famiglia dalla quale dovevi staccarti, a meno che i tuoi parenti non entrassero anche loro nel gruppo per seguire il maestro.
Chiaramente tutto falso, tutto indotto.
Certo. Tutti i problemi erano riconducibili a questi fantomatici abusi. Se non avevi relazioni soddisfacenti, non eri fidanzata o sposata, non avevi una famiglia felice, era perché dovevi risolvere questo tipo di problemi causati dalla tua famiglia, che veniva distrutta ai tuoi occhi: chiaramente, avere il dubbio che tua madre abbia acconsentito a farti abusare sessualmente da qualcuno oppure farti dubitare della purezza dell'amore di un padre, o di tutte le altre persone che non frequentavano il gruppo, era scioccante. Per queste ragioni nel periodo in cui sono rimasta nel gruppo mi sono completamente allontanata dalla mia famiglia e dai miei amici: chi era fuori dal gruppo non era da frequentare.
Qual è il credo, la “professione di fede” che viene inculcata in Arkeon?
Diciamo che la professione di fede oggi la vedo come un delirio, un delirio di onnipotenza: hai il potere di cambiare la tua vita, gli eventi, anche quelli che non sono controllabili dall’uomo. Hai la sensazione di scoprire un altro mondo, rivoluzioni tutte le tue convinzioni, pensi di poter risolvere ogni problema e di sconfiggere anche la malattia. Diventi immune da tutto ciò che di negativo può capitare, se sei centrato non hai niente da temere: non ti ammali o guarisci anche da malattie gravi. Puoi fare il trattamento con le mani al cibo per purificarlo o all'antibiotico per evitare che ti faccia male allo stomaco. Tracciando nell'aria il terzo simbolo, con la mente, pensi di trovare parcheggio o di poter condizionare l'esito di un colloquio di lavoro. In pratica influenzando gli eventi, questi possono andare come hai deciso tu. Senza Arkeon, non hai il controllo della tua vita, sei condannato ad essere infelice, sei uno sfigato, un fallito. Con Arkeon pensi di poter diventare potente, centrato, sei un vincente e hai la soluzione di tutti i tuoi problemi: economici, sentimentali, lavorativi.
Potere personale, dunque.
Si. Ai seminari intensivi veniva consegnato a ciascuno di noi un bastone per fare esercizi ispirati alle arti marziali, il boken, e che tenevi sempre con te poiché rappresentava il simbolo del tuo potere personale.
Una religione decisamente particolare.
In Arkeon non c’è nulla di religioso: è impensabile credere di imporre le mani e risolvere qualsiasi tipo di problema tracciando i simboli del secondo livello. La nostra religione non dice che l'uomo può fare questo. Sì, nell’ultimo periodo ha cominciato a percorrere il filone religioso, per una facciata di spiritualità e di perbenismo, infatti c’erano anche dei preti che frequentavano il gruppo ed erano conosciuti tra tutti. L’ultimo giorno dell'intensivo, ad esempio, c’era la messa: ma se si pensa che il prete che celebrava (don Angelo De Simone, ndr) ha confessato al cerchio che aveva una relazione di tipo intima da tanti anni con due suore che circolavano nei nostri seminari, si può capire quanto di religioso ci fosse in Arkeon. Era, quello della religione, un argomento che dava credibilità ad Arkeon e chiaramente rassicurava anche noi che frequentavamo: nel momento in cui vedevi perfino preti e suore, ovviamente venivi rassicurato sul fatto che la strada che avevi scelto era giusta.
Torniamo alla “teoria del pedofilo”. Cosa avveniva, in concreto, durante queste sedute?
In pratica venivano inscenati dei lavori durante i quali si era portati a ricordare questo abuso subìto, anche se non era mai avvenuto, influenzati anche dal fatto che tutti quanti gli altri facevano la stessa cosa, tutti venivano incalzati per ricordare abusi legati al fratello, al padre, allo zio. Un giorno, ad esempio, c’era una mamma con una bambina e si diceva che la mamma era stata abusata dal nonno; il maestro dichiarò che solo se la mamma si fosse impegnata a fare il lavoro (frequentare il gruppo, ndr), la piccola non sarebbe stata abusata anche lei. E la stessa pressione l'ho subita io allo scopo che ricordassi gli abusi sessuali legati alla mia infanzia, che né mio padre né mia madre hanno mai messo in atto o permesso che accadessero.
E lì il rapporto genitoriale, in questo modo, si andava a frantumare.
Completamente e non solo quello con i genitori. Erano tutti da evitare: genitori, nonni, fratelli, zii.... Soprattutto i parenti dal lato della madre.
La dottoressa Tinelli, presidente del CeSAP, ci ha detto che tali sedute erano a forte impatto emotivo. Non a caso nel processo è in piedi anche l’accusa di violenza privata.
Si, è così. In lavori molto intensi volevi solo che la smettessero ma se ti rifiutavi venivi vessata, se scappavi venivi fermata, se ti divincolavi venivi bloccata, per continuare ad essere sottoposta a quel tormento che aveva come scopo quello di far emergere la rabbia nei confronti dei tuoi genitori o verso il tuo pedofilo. E nonostante urlassi e piangessi, mi stringevano, mi tenevano ferma, infierivano contro di me. Fisicamente e verbalmente. Con la complicità dei presenti: la cosa assurda è proprio questa, tutti trovano normale andare avanti e non sono solo i maestri, ma anche i semplici frequentatori partecipano attivamente e condividono lavori violenti e scioccanti.
Il leader di Arkeon è Vito Carlo Moccia. Lei l’ha conosciuto?
Si, l’ho conosciuto.
Che persona è? Come appariva in questi seminari?
Lui ha una personalità molto carismatica, appare molto sicuro di sé. Se sei in un momento di confusione o di fragilità, e incontri qualcuno che con assoluta certezza ti dice di conoscere le soluzioni per ogni aspetto della tua vita, la tentazione di aggrapparsi a questa illusione e di affidarti a questa persona è fortissima, specie se ti fa pensare di avere tutte le risposte o ti porta altri ad esempio come casi di “sfigati redenti” o “falliti guariti”. Qualsiasi problema tu abbia, il maestro sa a cosa è dovuto e ha per tutti la soluzione. Soluzione che poi è sempre la stessa, fare il percorso di Arkeon, in tutti i suoi livelli, con sempre più seminari, sempre più costosi.
E com’erano questi seminari?
Erano una miscela di lavori spalmati anche su più giorni (negli intensivi, ad esempio) con momenti drammatici e condivisioni pubbliche tenute nel cerchio, dove il maestro dà le sue indicazioni e direttive sul quello che è giusto che tu faccia nel tuo percorso. Anche questo è un punto fondamentale: poiché tali esercizi e confessioni si tenevano davanti a tutti, se eri criticato dal maestro eri esposto alla pubblica gogna. E quindi, se facevi resistenza o lo contrastavi, avevi tutti gli altri che ti davano addosso insieme a lui, dicendoti che eri in processo e venendo giudicata pesantemente o emarginata. Una pressione psicologica terribile. Sembra incredibile, ma sentirsi dire che se non sei madre, se non riesci ad avere figli è perché in realtà non hai risolto i problemi che potresti risolvere con il percorso di Arkeon o che se fai un incidente, è colpa tua e lo puoi evitare, se solo vuoi, può mandare fuori di testa.
Una pressione psicologica distruttiva, praticamente.
Terribile, una pressione che ti annulla. Anche la stessa teoria del pedofilo, localizzato nella famiglia. Perché adoperano questa strategia? Non so, immagino che sia perché se ti separano dalle tue radici, ti rendono simile ad una barchetta di carta in balia delle onde, ti trovi allo sbando. Senza tutti i tuoi punti di riferimento, la tua famiglia, non hai altra scelta che attaccarti completamente al gruppo perché ti fanno dubitare di tutti i tuoi cari, che allontani e quindi ti ritrovi solo. Molti si sono allontanati dalla loro famiglia e dalla loro città perché gliel’ha suggerito il maestro.
Quindi anche lei ha interrotto proprio fisicamente il rapporto con i suoi genitori?
Per un periodo sì, finchè sono stata nel gruppo.
Rotti i rapporti familiari diventa, dunque, difficile uscire da Arkeon.
Si, se sulla scia di questi lavori fai qualcosa che lesiona irrimediabilmente i rapporti, se vai a muovere accuse tremende ai tuoi parenti è poi difficile uscire e tornare indietro. Conosco persone che sono state in Arkeon per anni e non hanno più rivolto parola ai familiari ma ne sono faticosamente uscite, altre che sono ancora lì, persone che hanno tirato dentro altri membri della loro famiglia, i quali hanno inizialmente acconsentito solo per non perdere definitivamente i contatti... o ancora persone che, nel momento in cui hanno cominciato a manifestare critiche ai maestri e hanno iniziato ad allontanarsi, sono state pressate, vessate o addirittura minacciate.
Abbiamo visto che alcune delle sette attive in Italia si organizzano in vere e proprie comunità. In Arkeon come ci si organizzava?
La gente non viveva assieme, però si tenevano seminari durante i quali per quattro - cinque giorni si dormiva anche assieme e si affrontavano varie tematiche. C’era il seminario sul denaro, durante il quale si arrivava ad andare a chiedere l’elemosina vestita da barbone. C’era il seminario sulla morte, durante il quale si costruiva la propria tomba... ho conosciuto gente che ha frequentato e ha raccontato che ci si seppelliva. Questo per far capire dove arriva il condizionamento. A parte i seminari residenziali, si viveva ognuno a casa propria. C’è da tener presente, come dicevo prima, che qualcuno si è trasferito nella città del maestro per stare più a stretto contatto con lui.
Nell’inchiesta abbiamo visto che dietro la promessa di un Eldorado a portata di mano, in realtà il vero fine delle sette è squisitamente economico. Si può dire lo stesso anche di Arkeon?
Si, di sicuro. Il percorso è molto costoso e man mano che si va avanti lo è sempre di più (e poi non avevamo la ricevuta a tutti i seminari). C’è gente che ha speso tantissimi soldi: ventimila, trentamila euro e anche di più... è circolata voce di una coppia che ha speso fino a centomila euro. Per non parlare, poi, di quello che costa l’adesione in termini di cure: più di qualcuno dopo che è uscito, ha dovuto chiedere un supporto psicologico... Anche io.
Come sappiamo, oggi i maestri di Arkeon sono sottoprocesso a Bari (senza dimenticare la condanna in primo grado per uno dei maestri per violenza sessuale). Tra i reati contestati c’è anche quello di maltrattatamento sui minori.
Si. Basti pensare all’esempio di cui abbiamo parlato prima: c’era questa bambina che ha assistito a tutte le condivisioni, le cose realizzate in Arkeon. Molte di queste condivisioni riguardano argomenti di natura sessuale... quello che accadeva è talmente pesante per un adulto, figuriamoci per un minore. (del resto nell’ultima udienza del processo diversi testimoni hanno confermato che anche bambini di dieci - dodici anni partecipavano a queste confessioni pubbliche a sfondo sessuale, ndr).
Com’è riuscita ad uscire?
Mi sono resa conto che quello che stavo subendo era tremendo e distruttivo da un punto di vista psichico ed emotivo. Una volta uscita, hanno cercato di mettermi contro gli affetti che avevo all'interno e sono stata oggetto di continue pressioni prima per rientrare nel gruppo, che era la condizione per poter ricominciare a frequentarli, e poi affinchè io venissi emarginata e non condividessi con altri i dubbi circa quello che accadeva lì dentro. Ne ho subite di ogni tipo, tra vessazioni e intimidazioni. Ci sono state persone che una volta davanti alle autorità, hanno ritrattato la loro posizione perché temevano di non poter più rivedere loro i figli.
Tutti i fuoriusciti con cui abbiamo avuto modo di parlare erano accomunati dal fatto che scrollarsi di dosso un’esperienza del genere è molto dura. È come un marchio.
Infatti, è molto dura. Gli strascichi sono molto pesanti. Quell’esperienza non va via così, hai bisogno di un supporto anche psicologico per far fronte a tutto questo. C’ho messo tempo e non ancora ne sono completamente fuori.
Chiudiamo con uno sguardo positivo e propositivo per il futuro. Qual è, oggi, il suo desiderio?
Mi ha talmente traumatizzato questa esperienza che vorrei, innanzitutto, che non capitasse a nessun altro. Mi piacerebbe laurearmi in psicologia e fondare un centro di accoglienza, anche con possibilità di alloggio, per chi è uscito da un gruppo distruttivo o per chi ha parenti e amici che si sono persi dietro a qualche santone e non sa cosa fare. Se chi supera questa esperienza vince la vergogna e la paura del giudizio, può metterla al servizio di altri e darle un senso, altrimenti si che ci si sente falliti per aver creduto in un mondo di illusioni. Ma anche polizia e carabinieri, oltre ai magistrati, devono studiare e specializzarsi sulle psicosette, è un fenomeno insidioso e solo se sono sufficientemente preparati possono riconoscere ed accogliere adeguatamente chi decide di raccontare cosa gli è accaduto. Spero non sia solo un sogno...
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giovedì 12 gennaio 2012
venerdì 18 giugno 2010
"Cercavo la felicità, ho trovato l'inferno"
Il papà di Maria (nome immaginario, ndr.) non sta molto bene da un po’ di tempo, si esprime con una voce bassissima, eppure i suoi suoni flebili, da cripta dei ricordi più mesti, ti penetrano dentro come lame, perché ci tiene a precisare che lui, vecchio professore di scuola, scafato e combattivo, ha fatto di tutto per tirar fuori dai pasticci la figlia, che avvertiva un sentore di precipizio quando lei frequentava quei “seminari”, che alla fine si è sentito in dovere di iscriversi pure lui, pagando, sprecando parte della pensione, per vedere coi propri occhi chi ci andava, per sentire con le proprie orecchie quel “vangelo” che stregava, catturava, sbilanciava le emozioni più vere di una ragazza come tante, bisognosa d’amore come tutti, ma a rischio del plagio e dell’altrui profitto, proprio no. Doveva evitarlo, ci è andato pure lui, e alla fine il peggio è stato scongiurato, anche grazie alla sua affettuosa presenza, oltre che alla lucidità e al temperamento della stessa Maria che nelle spirali del lavaggio dell’anima, nella manipolazione piena e totale delle sue scelte e dei suoi valori è riuscita a non cadere. Arkeon, il “vertice dell’essere”, il “sacro percorso” proposto a migliaia di persone dal barese Vito Carlo Moccia, era diventato nel tempo una comunità cospicua di persone che non si riuniva – come l’immaginario detterebbe – nel sottobosco di cappucci e clandestinità, candele che brillano nella notte e messe nere. Tutto avveniva alla luce del sole. O quasi. Ma sempre in un’atmosfera di setta e di condizionamento psicologico profondo a fini di lucro che criminologi e clinici conoscono molto bene. Un’idea di positività assoluta, riti di iniziazione, un leader carismatico, la colpevolizzazione sul passato e la “vittoria” fatta intravedere nel futuro, l’insegnamento e l’obbedienza, la paura di fallire e la velocità nel pagare: ed ecco servito il piatto venefico di una realtà parallela da cui è difficile uscire se non facendo davvero patti terribili col più accanito dei diavoli, il sé trasformato, alienato nel credo di un seduttore delle coscienze che più ti fa sentire piccolo e inadeguato dentro, più chiede denaro per insegnarti a sviluppare la tua persona. Adesso una indagine della Digos di Bari, con il contributo decisivo del Cesap (vedi box), ha portato al rinvio a giudizio di Moccia e di altre dieci persone. I reati contestati dal pm di Bari Francesco Bretone (ma il processo ha uno stralcio anche a Milano) sono: associazione per delinquere finalizzata alla truffa e all’esercizio abusivo della professione medica e psicologica. Oltre che, a vario titolo, violenza privata, maltrattamenti su minori, incapacità procurata da violenza e violenza sessuale. Molti maledicono l’ingerenza della giustizia nelle “liberatorie” e pseudo-filosofiche attività del guru Moccia. Molti si sentono semplicemente dei salvati. Come Maria.
Maria, come sei entrata nelle file di Arkeon?
«Ho conosciuto Arkeon agli inizi degli anni ‘90 grazie a un fidanzato ventenne che mi parlava di questo percorso di crescita personale per migliorare se stesso, i rapporti familiari e che mi fece conoscere questo maestro, Vito Carlo Moccia, che - diceva - gli aveva cambiato la vita, lo faceva stare benissimo. Un mese dopo quando lo incontrai mi resi conto che le frasi che mi avevano fatto innamorare erano la perfetta fotocopia di parole, di modi d’essere e di atteggiamenti del maestro. Per 250mila lire pensai di fare la cosa giusta, e mi iscrissi per non intaccare il nostro rapporto. Il maestro chiamava questi seminari reiki, terapia di guarigione naturale con le mani sul genere della medicina orientale, ma intrisa di psicologia spicciola tratta da Freud e spiegazione di malattie psicosomatiche. Attraverso iniziazioni con occhi chiusi e mani sulle ginocchia, il maestro da dietro faceva gesti per aprire i “canali” e fare uscire energia che poi ognuno avrebbe potuto usare per convogliarla su organi malati. Cominciai a vedere tutti che si tenevano per mano e lui li faceva andare indietro con i ricordi, gli intimava di “entrare in processo”, cioè di buttare fuori rabbia e dolore represso per superare il dolore ed essere felici. Tutte queste persone comandate piangevano, urlavano, si dibattevano, con la bava alla bocca, sembravano pazzi, allora presi e me ne scappai. Mi dissero che col “canale” aperto era pericoloso, e allora tornai per evitare chissà quali conseguenze».
La tua storia d’amore ha avuto però un esito tragico.«Il mio fidanzato frequentò tutti i seminari, ognuno dei quali costava almeno un milione di lire, più i cosiddetti “intensivi”; prendeva soldi dai genitori che pur di non vederlo drogato glieli davano, ma all’atto pratico sempre di una cosa tossica si trattava. Alla fine, con altri venti milioni di lire, diventò maestro con facoltà di fare seminari. Si vendette un appartamento e un terreno e costrinse i genitori a iscriversi anch’essi. Ma siccome Arkeon diceva che per uscire dai problemi bisognava andare alle radici, gli stessi genitori, costretti a raccontare la verità, divorziarono perché ammisero che si tradivano. La madre uscì fuori di testa e la rinchiusero in psichiatria per qualche mese. Questo fu il danno psicologico alla famiglia. Lui invece, era diventato ingestibile: essendo maestro gli era stato detto che non doveva più lavorare ma essere imprenditore. Lo stesso Moccia con questi seminari diceva che si può diventare ricchi e fare la bella vita, e il mio ex diventò un fannullone che voleva solo guadagnare senza fare niente. Poi gli venne detto che per essere un vero maestro doveva entrare nella sua più grande paura, guardarla e superarla. La sua era quella del buco. E iniziò a bucarsi. Da maestro credeva di gestire l’eroina. Morì di overdose. Il primo ago se lo fece con la certezza che l’avrebbe superato perché i maestri sono onnipotenti. Veniva da me, si faceva, poi tornava dai suoi genitori e fingevano tutti di non capire. Lo stesso Moccia mi disse che non dovevo preoccuparmi, perche questo era il suo “processo” e lo avrebbe superato, ma intanto ai seminari lo cacciava perché era fatto. Morì in Svizzera, lo trovarono a mezzanotte a terra in stato di semi incoscienza da cui non si riprese più».
Il tuo personale condizionamento tocca, invece, la voglia di un compagno.«Chi frequentava Arkeon sembrava felice, mentre io avevo storie che finivano sistematicamente o con uomini che mi trattavano male. Facevo sempre il paragone rispetto ai bravi ragazzi di Arkeon. In una casa, faraonica, meravigliosa di Moccia, fatta con i soldi di tanti poveracci, conobbi tanti, tutti solari, fedeli, con bambini, famiglie del mulino bianco, un paese dei balocchi che lui creava, mentre io vivevo male nella realtà esterna. Ne ho conosciute tantissime di coppie così. Ti dici: meglio lì che fuori, e cominci a vivere in un mondo speciale».
Una felicità fatta di plagio però, come il concetto di “trasgressione creativa”.
«Sì, secondo la trasgressione creativa la donna deve obbedire all’uomo. Per Moccia la relazione funziona se è paternale, maschilista: la donna non deve lavorare e non si ribella all’uomo che porta i soldi a casa. Se qualche volta si ribella e si crea una crisi, il menage si può salvare in extremis con Moccia che stabilisce luogo e ora in cui il lui va a letto con un’altra donna, e la moglie il giorno dopo deve chiederle come è andato, e al marito offrire le sue scuse. Era Moccia che manovrava tutti quanti. Lui dà le ricette alle coppie per mantenerle. La coppia litigava, ma dei problemi non ne parlavano in privato, fra loro, ma ai seminari. Moccia era il terzo angolo di un triangolo di coppia, per così dire, senza esplicite interferenze. Prendeva un uomo e una donna durante le riunioni, persone che magari si ignoravano, li faceva avvicinare, gli diceva delle cose carine per unirli e nel giro di un fine settimana si mettevano insieme. Ma la scena più terribile e straziante l’ho vista a Padova: una donna che piangeva a dirotto perché aveva saputo che il suo uomo che seguiva i seminari aveva messo incinta un’altra donna, e lei doveva toccare la pancia dell’altra chiedendo scusa a lui e promettendogli che iniziando a frequentare i seminari non avrebbe più sbagliato nella vita».
Come consideri il suo carisma?«La gente arriva a credere a lui perché è uno dei pochi che ha una grande capacità di capire la psicologia di chi ha di fronte: gli basta vedere come parla, come cammina l’attimo della condivisione, come pensa, magari gli ha confessato il suo più grande problema, ma a differenza di tanti maghetti, è un ciarlatano di livello nettamente superiore, cattura l’adepto facendogli il bene, gli fa risolvere le incomprensioni col figlio, col genitore, gli fa trovare il partner giusto, raggiungere le cose sempre sognate, con i primi 250 euro, dopo di che lo trattiene a vita facendogli frequentare i seminari. La persona sembra toccata da Dio, ma è solo la sua mano adulatrice e da impostore. Lui gode a manipolare le menti e a fare soldi».
Poi c’erano le guarigioni dall’omosessualità e dall’Aids.«Nelle riunioni cosiddette “No limits” appariva un gong stile impero romano e 80-100 persone di tutte le età e sessi che ad occhi chiusi camminavano e si dovevano incontrare tre volte per dieci minuti toccandosi o facendo quello che si voleva. Così si scoprivano le omosessualità latenti se si accettava di farsi sfiorare da persone dello stesso sesso. A una ragazza di venti anni, che aveva l’Aids da piccolina, era triste, disse: “Tu stai bene, non prendere medicine”. Smise di prendere medicine e stava fisicamente meglio. Moccia le diceva che non ne aveva bisogno. Incontrai in centro a Bari dopo qualche anno la mamma, mi fermò lei dicendo che era distrutta, che era morta la figlia, e che Moccia si era preso gioco di entrambe. Altre volte si usava il cosiddetto “Fuoco sacro” per buttare cose che ti hanno fatto stare male. Un omosessuale malato di Aids conclamato buttò le medicine dicendo: “Io non ho più l’Aids grazie al percorso”. Secondo Moccia, tra l’altro, l’omosessualità è dovuta alla vita che hai fatto da piccolino, al rapporto col maschile e il femminile insegnato dai genitori e diceva che si può guarire».
Poi c’era il concetto della “madre perversa”.«Quando una donna è felice la madre è perversa perché non vuole la sua felicità, in quanto non è riuscita a ottenere le stesse cose. Lui la mette in conflitto con la madre, a meno che non venga al seminario. Una volta una ragazza disse: “Io non casco nel gioco della mia madre perversa. Lei pur di farmi essere infelice si è buttata oggi dal balcone, ma io non andrò al suo funerale e sto qui con voi”. Un’affermazione agghiacciante. Molte madri hanno perso le figlie. Le famiglie, o le prende tutte nella sua logica, o se non vengono si separano».
Chi è più a rischio secondo te in questo tipo di meccanismi?«Diciamo il 70% degli italiani possono caderci per problemi di salute, lutti, i malati terminali con i medici che ti tolgono le speranze e in quei pochi mesi di vita lui ti spilla tutti i soldi, quelli che hanno creduto nel matrimonio, poi l’amore finisce e quello che manca in famiglia lo si trova nella comunità, quelli che cercano amici che non hanno avuto perché sempre sfruttati. Nei seminari c’era struggente fratellanza, emozioni che nella realtà non avvengono. E poi era abilissimo nel meccanismo delle lacrime. Quando un adepto ha seguito tutto quello che ha detto lui, piangeva non di commozione ma di paternalismo. E tutti notavano quanto era umano e che nulla faceva per soldi. Ci cadono tutte le persone di cuore che hanno dei valori, poveri, ricchi, laureati o di ceto bassissimo. Che hanno bisogno d’amore. La persona il cui primo intento è materialismo potere e denaro non ci cade, o quelli con forte autostima. Il furbacchione si è letto tre libri di Freud, ha visto la società di oggi dove tutti vogliono soldi e sono tristi e si è inventato un sistema per agganciare le persone, stimolandole sulle cose che non hanno, rappresentando lui stesso un modello vincente con moglie, figli e ricchezza».
Credi che lui “predichi” ancora a tutt’oggi?«In case private sì. Non ci guadagna come prima i miliardi. Un corso intensivo valeva duemila euro. C’è gente che ci crede ancora, e si coalizza contro quelli che li stanno attaccando dicendo che loro non possono capire che esiste una via spirituale che salva le persone. Ma questi non hanno visto il male fatto a tanti».
Ma come si è scoperchiato questo sistema?
«Lui diceva che solo rivivendo l’esperienza dell’abuso sessuale che sicuramente hai vissuto nell’infanzia sarai felice. In una coppia c’era una lei impenetrabile. Le hanno voluto far rivivere il “trauma” anche se diceva di non averne subìti e l’hanno violentata davanti agli occhi del maestro. Comandando lui stesso a tre, quattro persone di farle violenza per il suo bene, per farle fare il salto. La donna poi ha denunciato. È stata la via che ha aperto».
Maria, come sei entrata nelle file di Arkeon?
«Ho conosciuto Arkeon agli inizi degli anni ‘90 grazie a un fidanzato ventenne che mi parlava di questo percorso di crescita personale per migliorare se stesso, i rapporti familiari e che mi fece conoscere questo maestro, Vito Carlo Moccia, che - diceva - gli aveva cambiato la vita, lo faceva stare benissimo. Un mese dopo quando lo incontrai mi resi conto che le frasi che mi avevano fatto innamorare erano la perfetta fotocopia di parole, di modi d’essere e di atteggiamenti del maestro. Per 250mila lire pensai di fare la cosa giusta, e mi iscrissi per non intaccare il nostro rapporto. Il maestro chiamava questi seminari reiki, terapia di guarigione naturale con le mani sul genere della medicina orientale, ma intrisa di psicologia spicciola tratta da Freud e spiegazione di malattie psicosomatiche. Attraverso iniziazioni con occhi chiusi e mani sulle ginocchia, il maestro da dietro faceva gesti per aprire i “canali” e fare uscire energia che poi ognuno avrebbe potuto usare per convogliarla su organi malati. Cominciai a vedere tutti che si tenevano per mano e lui li faceva andare indietro con i ricordi, gli intimava di “entrare in processo”, cioè di buttare fuori rabbia e dolore represso per superare il dolore ed essere felici. Tutte queste persone comandate piangevano, urlavano, si dibattevano, con la bava alla bocca, sembravano pazzi, allora presi e me ne scappai. Mi dissero che col “canale” aperto era pericoloso, e allora tornai per evitare chissà quali conseguenze».
La tua storia d’amore ha avuto però un esito tragico.«Il mio fidanzato frequentò tutti i seminari, ognuno dei quali costava almeno un milione di lire, più i cosiddetti “intensivi”; prendeva soldi dai genitori che pur di non vederlo drogato glieli davano, ma all’atto pratico sempre di una cosa tossica si trattava. Alla fine, con altri venti milioni di lire, diventò maestro con facoltà di fare seminari. Si vendette un appartamento e un terreno e costrinse i genitori a iscriversi anch’essi. Ma siccome Arkeon diceva che per uscire dai problemi bisognava andare alle radici, gli stessi genitori, costretti a raccontare la verità, divorziarono perché ammisero che si tradivano. La madre uscì fuori di testa e la rinchiusero in psichiatria per qualche mese. Questo fu il danno psicologico alla famiglia. Lui invece, era diventato ingestibile: essendo maestro gli era stato detto che non doveva più lavorare ma essere imprenditore. Lo stesso Moccia con questi seminari diceva che si può diventare ricchi e fare la bella vita, e il mio ex diventò un fannullone che voleva solo guadagnare senza fare niente. Poi gli venne detto che per essere un vero maestro doveva entrare nella sua più grande paura, guardarla e superarla. La sua era quella del buco. E iniziò a bucarsi. Da maestro credeva di gestire l’eroina. Morì di overdose. Il primo ago se lo fece con la certezza che l’avrebbe superato perché i maestri sono onnipotenti. Veniva da me, si faceva, poi tornava dai suoi genitori e fingevano tutti di non capire. Lo stesso Moccia mi disse che non dovevo preoccuparmi, perche questo era il suo “processo” e lo avrebbe superato, ma intanto ai seminari lo cacciava perché era fatto. Morì in Svizzera, lo trovarono a mezzanotte a terra in stato di semi incoscienza da cui non si riprese più».
Il tuo personale condizionamento tocca, invece, la voglia di un compagno.«Chi frequentava Arkeon sembrava felice, mentre io avevo storie che finivano sistematicamente o con uomini che mi trattavano male. Facevo sempre il paragone rispetto ai bravi ragazzi di Arkeon. In una casa, faraonica, meravigliosa di Moccia, fatta con i soldi di tanti poveracci, conobbi tanti, tutti solari, fedeli, con bambini, famiglie del mulino bianco, un paese dei balocchi che lui creava, mentre io vivevo male nella realtà esterna. Ne ho conosciute tantissime di coppie così. Ti dici: meglio lì che fuori, e cominci a vivere in un mondo speciale».
Una felicità fatta di plagio però, come il concetto di “trasgressione creativa”.
«Sì, secondo la trasgressione creativa la donna deve obbedire all’uomo. Per Moccia la relazione funziona se è paternale, maschilista: la donna non deve lavorare e non si ribella all’uomo che porta i soldi a casa. Se qualche volta si ribella e si crea una crisi, il menage si può salvare in extremis con Moccia che stabilisce luogo e ora in cui il lui va a letto con un’altra donna, e la moglie il giorno dopo deve chiederle come è andato, e al marito offrire le sue scuse. Era Moccia che manovrava tutti quanti. Lui dà le ricette alle coppie per mantenerle. La coppia litigava, ma dei problemi non ne parlavano in privato, fra loro, ma ai seminari. Moccia era il terzo angolo di un triangolo di coppia, per così dire, senza esplicite interferenze. Prendeva un uomo e una donna durante le riunioni, persone che magari si ignoravano, li faceva avvicinare, gli diceva delle cose carine per unirli e nel giro di un fine settimana si mettevano insieme. Ma la scena più terribile e straziante l’ho vista a Padova: una donna che piangeva a dirotto perché aveva saputo che il suo uomo che seguiva i seminari aveva messo incinta un’altra donna, e lei doveva toccare la pancia dell’altra chiedendo scusa a lui e promettendogli che iniziando a frequentare i seminari non avrebbe più sbagliato nella vita».
Come consideri il suo carisma?«La gente arriva a credere a lui perché è uno dei pochi che ha una grande capacità di capire la psicologia di chi ha di fronte: gli basta vedere come parla, come cammina l’attimo della condivisione, come pensa, magari gli ha confessato il suo più grande problema, ma a differenza di tanti maghetti, è un ciarlatano di livello nettamente superiore, cattura l’adepto facendogli il bene, gli fa risolvere le incomprensioni col figlio, col genitore, gli fa trovare il partner giusto, raggiungere le cose sempre sognate, con i primi 250 euro, dopo di che lo trattiene a vita facendogli frequentare i seminari. La persona sembra toccata da Dio, ma è solo la sua mano adulatrice e da impostore. Lui gode a manipolare le menti e a fare soldi».
Poi c’erano le guarigioni dall’omosessualità e dall’Aids.«Nelle riunioni cosiddette “No limits” appariva un gong stile impero romano e 80-100 persone di tutte le età e sessi che ad occhi chiusi camminavano e si dovevano incontrare tre volte per dieci minuti toccandosi o facendo quello che si voleva. Così si scoprivano le omosessualità latenti se si accettava di farsi sfiorare da persone dello stesso sesso. A una ragazza di venti anni, che aveva l’Aids da piccolina, era triste, disse: “Tu stai bene, non prendere medicine”. Smise di prendere medicine e stava fisicamente meglio. Moccia le diceva che non ne aveva bisogno. Incontrai in centro a Bari dopo qualche anno la mamma, mi fermò lei dicendo che era distrutta, che era morta la figlia, e che Moccia si era preso gioco di entrambe. Altre volte si usava il cosiddetto “Fuoco sacro” per buttare cose che ti hanno fatto stare male. Un omosessuale malato di Aids conclamato buttò le medicine dicendo: “Io non ho più l’Aids grazie al percorso”. Secondo Moccia, tra l’altro, l’omosessualità è dovuta alla vita che hai fatto da piccolino, al rapporto col maschile e il femminile insegnato dai genitori e diceva che si può guarire».
Poi c’era il concetto della “madre perversa”.«Quando una donna è felice la madre è perversa perché non vuole la sua felicità, in quanto non è riuscita a ottenere le stesse cose. Lui la mette in conflitto con la madre, a meno che non venga al seminario. Una volta una ragazza disse: “Io non casco nel gioco della mia madre perversa. Lei pur di farmi essere infelice si è buttata oggi dal balcone, ma io non andrò al suo funerale e sto qui con voi”. Un’affermazione agghiacciante. Molte madri hanno perso le figlie. Le famiglie, o le prende tutte nella sua logica, o se non vengono si separano».
Chi è più a rischio secondo te in questo tipo di meccanismi?«Diciamo il 70% degli italiani possono caderci per problemi di salute, lutti, i malati terminali con i medici che ti tolgono le speranze e in quei pochi mesi di vita lui ti spilla tutti i soldi, quelli che hanno creduto nel matrimonio, poi l’amore finisce e quello che manca in famiglia lo si trova nella comunità, quelli che cercano amici che non hanno avuto perché sempre sfruttati. Nei seminari c’era struggente fratellanza, emozioni che nella realtà non avvengono. E poi era abilissimo nel meccanismo delle lacrime. Quando un adepto ha seguito tutto quello che ha detto lui, piangeva non di commozione ma di paternalismo. E tutti notavano quanto era umano e che nulla faceva per soldi. Ci cadono tutte le persone di cuore che hanno dei valori, poveri, ricchi, laureati o di ceto bassissimo. Che hanno bisogno d’amore. La persona il cui primo intento è materialismo potere e denaro non ci cade, o quelli con forte autostima. Il furbacchione si è letto tre libri di Freud, ha visto la società di oggi dove tutti vogliono soldi e sono tristi e si è inventato un sistema per agganciare le persone, stimolandole sulle cose che non hanno, rappresentando lui stesso un modello vincente con moglie, figli e ricchezza».
Credi che lui “predichi” ancora a tutt’oggi?«In case private sì. Non ci guadagna come prima i miliardi. Un corso intensivo valeva duemila euro. C’è gente che ci crede ancora, e si coalizza contro quelli che li stanno attaccando dicendo che loro non possono capire che esiste una via spirituale che salva le persone. Ma questi non hanno visto il male fatto a tanti».
Ma come si è scoperchiato questo sistema?
«Lui diceva che solo rivivendo l’esperienza dell’abuso sessuale che sicuramente hai vissuto nell’infanzia sarai felice. In una coppia c’era una lei impenetrabile. Le hanno voluto far rivivere il “trauma” anche se diceva di non averne subìti e l’hanno violentata davanti agli occhi del maestro. Comandando lui stesso a tre, quattro persone di farle violenza per il suo bene, per farle fare il salto. La donna poi ha denunciato. È stata la via che ha aperto».
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venerdì 28 agosto 2009
Vescovi USA: la terapia Reiki non è cristiana
Denunciano il suo utilizzo in istituti cattolici
WASHINGTON, lunedì, 20 aprile 2009 (ZENIT.org).- Il Reiki, medicina alternativa giapponese, manca di credibilità scientifica ed è estranea alla fede cristiana, e per questo motivo è inaccettabile per le istituzioni sanitarie cattoliche, indica la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.
Il 29 marzo, la Conferenza ha pubblicato le "Direttrici per la valutazione del Reiki come Terapia Alternativa", svolte dal suo comitato dottrinale, presieduto dal Vescovo di Bridgeport (Connecticut), monsignor William Lori, e approvate dal comitato amministrativo il 28 marzo.
Il documento osserva che "la Chiesa riconosce due classi di cure: la cura mediante la grazia divina e la cura che utilizza i poteri della natura", che "non si escludono a vicenda".
Il Reiki, ad ogni modo, "non trova sostegno né nelle scoperte della scienza naturale né nella fede cristiana", osserva.
Le Direttrici indicano che questa tecnica di cura "è stata inventata in Giappone alla fine dell'Ottocento da Mikao Usui, che studiava i testi buddisti".
"Secondo gli insegnamenti del Reiki, la malattia è provocata da qualche tipo di disfunzione o squilibrio nell''energia vitale' di una persona. Un medico Reiki cura collocando le mani in certe posizioni sul corpo del paziente per facilitare il flusso del Reiki, l''energia vitale universale', dal medico Reiki al paziente".
Cura spirituale
La terapia, spiega il testo, ha alcuni aspetti religiosi, venendo "descritta come un tipo di cura 'spirituale'", con i propri precetti etici o "forma di vita".
Il Reiki "non è stato accettato dalle comunità scientifica e medica come una terapia efficace", osservano le Direttrici. "Seri studi scientifici testimoniano che il Reiki manca di efficacia, così come di una spiegazione scientifica plausibile su come potrebbe essere efficace".
Neanche la fede può essere la base di questa terapia, sostengono i Vescovi, visto che il Reiki è diverso dalla "cura divina conosciuta dai cristiani".
Per i presuli, "la differenza radicale si può vedere in modo immediato nel fatto che il potere di guarigione del medico Reiki è a disposizione dell'essere umano". Per i cristiani, rilevano, "l'accesso alla cura divina si compie attraverso la preghiera a Cristo come Signore e Salvatore", mentre il Reiki è una tecnica che si trasmette da "maestro" ad allievo, un metodo che "a quanto pare produrrà i risultati previsti".
Problemi insolubili
"Per un cattolico credere nella terapia Reiki presenta problemi insolubili - dichiarano le Direttrici -. In termini di cura della salute fisica propria o altrui, impiegare una tecnica che manca di sostegno scientifico - e anche di verosimiglianza - è in generale imprudente".
A livello spirituale, il documento indica che "esistono pericoli importanti". "Per usare il Reiki bisognerebbe accettare, almeno in modo implicito, elementi centrali della visione del mondo che sta dietro alla terapia Reiki, elementi che non appartengono né alla fede cristiana né alla scienza naturale".
"Senza giustificazione né della fede cristiana né della scienza naturale, quindi, un cattolico che riponga la sua fiducia nel Reiki starebbe agendo nell'ambito della superstizione, quella terra di nessuno che non è né fede né scienza".
"La superstizione corrompe il culto a Dio portando in una falsa direzione i sentimenti e la pratica religiosa. Anche se a volte la gente cade nella superstizione per ignoranza, è responsabilità di tutti coloro che insegnano in nome della Chiesa eliminare questa ignoranza nel modo che sia a loro possibile".
"Visto che la terapia Reiki non è compatibile né con l'insegnamento cristiano né con le prove scientifiche, non sarebbe appropriato che istituzioni cattoliche, come istituti sanitari e centri di ritiri, o persone che rappresentano la Chiesa, come i cappellani cattolici, promuovano o forniscano la terapia Reiki", termina il documento.
Per ulteriori informazioni sulle Direttrici, http://www.usccb.org/dpp/doctrine.htm
WASHINGTON, lunedì, 20 aprile 2009 (ZENIT.org).- Il Reiki, medicina alternativa giapponese, manca di credibilità scientifica ed è estranea alla fede cristiana, e per questo motivo è inaccettabile per le istituzioni sanitarie cattoliche, indica la Conferenza Episcopale degli Stati Uniti.
Il 29 marzo, la Conferenza ha pubblicato le "Direttrici per la valutazione del Reiki come Terapia Alternativa", svolte dal suo comitato dottrinale, presieduto dal Vescovo di Bridgeport (Connecticut), monsignor William Lori, e approvate dal comitato amministrativo il 28 marzo.
Il documento osserva che "la Chiesa riconosce due classi di cure: la cura mediante la grazia divina e la cura che utilizza i poteri della natura", che "non si escludono a vicenda".
Il Reiki, ad ogni modo, "non trova sostegno né nelle scoperte della scienza naturale né nella fede cristiana", osserva.
Le Direttrici indicano che questa tecnica di cura "è stata inventata in Giappone alla fine dell'Ottocento da Mikao Usui, che studiava i testi buddisti".
"Secondo gli insegnamenti del Reiki, la malattia è provocata da qualche tipo di disfunzione o squilibrio nell''energia vitale' di una persona. Un medico Reiki cura collocando le mani in certe posizioni sul corpo del paziente per facilitare il flusso del Reiki, l''energia vitale universale', dal medico Reiki al paziente".
Cura spirituale
La terapia, spiega il testo, ha alcuni aspetti religiosi, venendo "descritta come un tipo di cura 'spirituale'", con i propri precetti etici o "forma di vita".
Il Reiki "non è stato accettato dalle comunità scientifica e medica come una terapia efficace", osservano le Direttrici. "Seri studi scientifici testimoniano che il Reiki manca di efficacia, così come di una spiegazione scientifica plausibile su come potrebbe essere efficace".
Neanche la fede può essere la base di questa terapia, sostengono i Vescovi, visto che il Reiki è diverso dalla "cura divina conosciuta dai cristiani".
Per i presuli, "la differenza radicale si può vedere in modo immediato nel fatto che il potere di guarigione del medico Reiki è a disposizione dell'essere umano". Per i cristiani, rilevano, "l'accesso alla cura divina si compie attraverso la preghiera a Cristo come Signore e Salvatore", mentre il Reiki è una tecnica che si trasmette da "maestro" ad allievo, un metodo che "a quanto pare produrrà i risultati previsti".
Problemi insolubili
"Per un cattolico credere nella terapia Reiki presenta problemi insolubili - dichiarano le Direttrici -. In termini di cura della salute fisica propria o altrui, impiegare una tecnica che manca di sostegno scientifico - e anche di verosimiglianza - è in generale imprudente".
A livello spirituale, il documento indica che "esistono pericoli importanti". "Per usare il Reiki bisognerebbe accettare, almeno in modo implicito, elementi centrali della visione del mondo che sta dietro alla terapia Reiki, elementi che non appartengono né alla fede cristiana né alla scienza naturale".
"Senza giustificazione né della fede cristiana né della scienza naturale, quindi, un cattolico che riponga la sua fiducia nel Reiki starebbe agendo nell'ambito della superstizione, quella terra di nessuno che non è né fede né scienza".
"La superstizione corrompe il culto a Dio portando in una falsa direzione i sentimenti e la pratica religiosa. Anche se a volte la gente cade nella superstizione per ignoranza, è responsabilità di tutti coloro che insegnano in nome della Chiesa eliminare questa ignoranza nel modo che sia a loro possibile".
"Visto che la terapia Reiki non è compatibile né con l'insegnamento cristiano né con le prove scientifiche, non sarebbe appropriato che istituzioni cattoliche, come istituti sanitari e centri di ritiri, o persone che rappresentano la Chiesa, come i cappellani cattolici, promuovano o forniscano la terapia Reiki", termina il documento.
Per ulteriori informazioni sulle Direttrici, http://www.usccb.org/dpp/doctrine.htm
Zenit 20 aprile 2009
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lunedì 24 agosto 2009
Machiavellismo ed adesione ai culti distruttivi
di
Negli ultimi decenni si è assistito al nascere e all’aumentare di gruppi che per il loro uso di tecniche come la manipolazione mentale possono essere definiti Culti Distruttivi. Occorre però fare una distinzione tra un culto distruttivo e un normale gruppo religioso. Infatti nel primo vi è l’uso dell’inganno nel reclutare e mantenere i propri adepti. Viene definito come culto distruttivo un qualsiasi gruppo che metta in atto tecniche fraudolente per il conseguimento dei propri obiettivi, siano essi religiosi o laici (Hassan, 2000). La realtà del culto distruttivo può essere descritta come un contesto dove non esiste alcun rispetto per i singoli individui e all’interno del quale, mediante un processo di controllo mentale, le persone vengono gradualmente condotte a comportarsi tutte allo stesso modo (Hassan, 2000; Santovecchi, 2004).
Le conseguenze del suddetto processo per il soggetto coinvolto possono consistere in una assoluta sudditanza al gruppo, nella perdita della capacità di agire autonomamente e nello sfruttamento a scopo di lucro. Da una prospettiva giuridica si incontrano diverse difficoltà nel riconoscimento dei culti distruttivi. Infatti l’insorgere di nuovi movimenti religiosi ha generato negli ultimi anni spesso una paura ingiustificata tanto da far parlare di "panico morale" (Jenkins, 1998). Ma in altri casi il rischio potrebbe risultare nella sottovalutazione del problema “culto distruttivo”. Ecco perchè, anche da un punto di vista puramente teorico, i Parlamenti delle varie nazioni hanno attualmente serie difficoltà nel determinare gli spazi per eventuali provvedimenti legislativi (Introvigne e Richardson, 2001). Infatti per i legislatori risulta essere difficoltosa la sanzione in eventuali violazioni dei diritti dell’uomo, in quanto spesso i leader dei culti abusanti riescono a mettere in pratica i loro obiettivi proteggendosi proprio dietro il Dettato Costituzionale che prevede la libertà religiosa e la libera espressione del pensiero (Bini e Santovecchi, 2005).
Quindi se da una parte esistono nuovi movimenti religiosi che hanno tutto il diritto di professare ed esprimere il loro credo, dall’altra parte non si può ignorare su quel numero tutt’altro che povero di ex-adepti e familiari di adepti che dichiarano l’esistenza di un grave problema sociale. In Italia in relazione alle sette religiose o culti distruttivi è stato messo a punto nel 1998 un rapporto della Polizia Italiana per uso interno della stessa e dei Servizi Segreti. In questo rapporto si cita l’articolo 603 del codice penale italiano del 1930 in cui si tratta il reato di plagio. Con questo termine veniva descritto l’atto di sottoporre una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione. Dal 1981 l’offesa di plagio è stata dichiarata incostituzionale. Prima di arrivare all’abrogazione dell’art. 603 però sono state emesse alcune sentenze, negli anni ’56-’57, in cui si affermava che perché potesse sussistere il reato di plagio, fra i soggetti coinvolti, doveva esistere un rapporto di padronanza, di dominio e di potere, affinché la vittima risultasse privata della facoltà di volere liberamente e di autodeterminarsi (Soper, 2001).
Solo nel 1961 la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza dove si sottolineano gli elementi costitutivi del reato di plagio in relazione all’aspetto psicologico dell’individuo. Si individuava nel plagio la instaurazione di un rapporto di soggezione della vittima al soggetto attivo, in modo che essa risultasse sottoposta al potere del secondo con completa o quasi integrale soppressione della propria volontà. Nel 1968 un intellettuale fu accusato di aver ridotto in totale stato di soggezione due giovani dopo averne annientato la volontà nella ricerca di un rapporto omosessuale. In primo grado egli fu chiamato a rispondere per il reato di plagio continuato e condannato a nove anni di reclusione (sentenza del 14 luglio 1968), poi ridotti a quattro dalla Corte d’Assise d’Appello con sentenza del 28 novembre 1969, successivamente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione (sentenza del 21 ottobre 1971) (La Corte Costituzionale sentenza n.96, 1981). Fu nella pronuncia di secondo grado che il giudice raffigurò il soggetto plagiante come colui che non si impossessava dell’essere altrui per trarne un vantaggio di natura materiale e non mosso da fini di lucro, bensì lo descrisse come colui che assorbiva nell’energia del proprio volere ogni capacità della vittima (Soper, 2001). Dopo l’ultima sentenza che aveva provocato non poche polemiche nel campo giuridico e nel campo medico, si diede inizio a due distinte iniziative legislative al Senato e alla Camera dei Deputati che si conclusero con l’abrogazione dell’art. 603 del codice penale, definendo la nozione giuridica di plagio, respingendo le interpretazioni che configuravano l’azione del plagiante come sostanzialmente e principalmente fisica.
Veniva esclusa la tesi secondo la quale lo scopo di porre la vittima al servizio del plagiante, ricavandone un profitto, costituirebbe un elemento per distinguere il plagio dagli altri reati contro la libertà individuale. Venne così evidenziata come importante per l’esistenza del plagio, l’instaurazione di un’assoluta soggezione del plagiato con una quasi integrale soppressione della libertà e dell’autonomia della persona. Si evidenziò così la difficile applicazione dell’articolo 603 c.p. perché troppo suscettibile agli eventi dei singoli casi e soprattutto perché non suffragata da prove scientifiche di matrice psicologica (Bini e Santovecchi, 2005). Allo stato attuale appare interessante constatare che la libertà religiosa in riferimento all’art. 8 della nostra Costituzione, preveda che gli emergenti movimenti religiosi abbiano determinati requisiti affinché ne avvenga il riconoscimento legislativo da parte dello Stato. Vengono così posti dei limiti al riconoscimento di tali movimenti. Questo non impedisce però ai culti la possibilità di attuare una gestione che prevede l’utilizzo di tecniche manipolatorie al fine di far credere, alle persone che vi aderiscono, di aver mantenuto il proprio diritto alla libertà individuale (Bini e Santovecchi, 2005).
In Italia, il primo firmatario di un Disegno di Legge per l’istituzione di una Commissione Parlamentare di inchiesta sulle sette è stato il Senatore e Sottosegretario alla Difesa Francesco Bosi (UDC) (Disegno di Legge n. 4605, 10 maggio 2000). L’Onorevole, consapevole dell’importanza dell’art. 8, sottolinea tuttavia che non si possono trascurare quei comportamenti che sconfinano in attività illecite, in lucrosi e occulti accumuli di denaro che spesso sfuggono alla fiscalità e che provocano denunce alla Magistratura di danni patiti o di minacce ricevute da chi intende recedere da queste appartenenze (Bini e Santovecchi, 2005).
Successivamente l’Onorevole Valdo Spini (DS) ha presentato una proposta di legge sulla libertà di religione (Disegno di Legge n. 1576, 14 settembre 2001). Tale proposta si pone l’obiettivo di regolare l’applicazione dell’art. 7 della Costituzione (rapporti giuridici tra la Repubblica Italiana e lo Stato Città del Vaticano) e l’art. 8 che descrive la possibilità, per altre confessioni religiose, con regolari requisiti, di stipulare delle intese con lo Stato Italiano. Punto centrale di questo disegno di legge è che tutti hanno il diritto di professare liberamente il proprio credo religioso in forma individuale o associata, di farne propaganda, di esercitarlo in privato o in pubblico, purchè non si contrapponga al buon costume (Bini e Santovecchi, 2005).
Di fronte all’emergere di fenomeni sociali quali, ad esempio, le numerose sette religiose che sempre di più si stanno diffondendo, ci si è resi conto che la già citata abrogazione dell’ articolo 603 del Codice Penale, ha creato un evidente vuoto di tutela all’interno dell’ordinamento italiano (Alfano, 2005).
Per questo motivo si è pensato di prevedere una norma che contempli e sanzioni il reato di manipolazione mentale. E’ il caso del Disegno di Legge n. 800, 6 novembre 2001 del Senatore Renato Meduri (AN) (Bini e Santovecchi, 2005).
In seguito, con la Legge dell’11 agosto 2003 n. 228, pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” del 23 agosto 2003 n. 195, si arriva ad una riformulazione del reato di riduzione in schiavitù, ad un ampliamento del suo ambito applicativo, tale per cui, ora, è compresa all’interno della norma anche la riduzione di un uomo in uno stato di “soggezione continuativa”. Tale legge di fatto riporta in auge quello che era il plagio fino al 1981, ma tacendone la vecchia denominazione. (Alfano, 2005).
Questa legge ha riformato radicalmente gli articoli del Codice Penale inerenti il reato di riduzione in schiavitù e ha ampliato il suo ambito applicativo, tale per cui è prevista ora la punizione per chi abusa della credulità popolare (art. 661 c.p.), per circonvenzione d’incapace (art. 643 c.p.) e per abuso della professione medica (art. 348 c.p.). Quest’ultimo caso si riferisce ai culti dove i leader si propongono come medici o curatori somministrando farmaci o droghe. Tutti questi provvedimenti possono tuttavia risultare non sufficienti per arginare il fenomeno dei culti distruttivi. Infatti essi sono ancora rivolti più ad un reato contro il patrimonio che ad una tutela della persona (Bini e Santovecchi, 2005). La tutela della persona risulta essere importante in quanto l’obiettivo finale dei culti distruttivi è il controllo mentale del soggetto coinvolto. Per controllo mentale, si intende un processo di sradicamento delle credenze precedenti di un individuo e il loro rimpiazzo con credenze nuove attraverso l’uso della persuasione coercitiva. È un processo disegnato appositamente per diminuire l’indipendenza e l’individualità della persona e far sì che acquisisca una nuova personalità conforme al culto (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Tuttavia l’esistenza del controllo mentale è stata spesso messa in dubbio dal punto di vista scientifico (Zimbardo, 2002) ed è fonte di accesi dibattiti, da cui nascono alcuni quesiti:
Un culto distruttivo può mettere in discussione i principi di libertà religiosa dei cittadini in modo che questi si uniscano senza piena coscienza a gruppi carismatici?
Come è possibile affrontare da una prospettiva psicologica le organizzazioni con programmi religiosi o di potenziamento mentale e fare in modo che questi non influenzino media e giudizi legali?
Quale può essere il ruolo dell’American Psychological Association (APA) nello stabilire i principi per trattare quelle persone che dicono di aver subito abusi da parte dei culti o nel formare terapeuti specializzati e fornire a quest’ultimi delle linee guida? (Zimbardo, 2002).
Un valore di base ritrovabile anche in psicologia, è il promuovere la libertà umana e il fornire strumenti agli individui per esercitarla. Qualsiasi significato si voglia attribuire al concetto di controllo mentale risulterebbe in opposizione a orientamenti di questo tipo. Necessita un approfondimento il concetto di controllo mentale, infatti con questa definizione si intende un processo di sradicamento delle credenze precedenti di un individuo e il loro rimpiazzo con nuove credenze mediante l’uso della persuasione coercitiva (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Attraverso il controllo mentale si ottiene una distorsione nella percezione, nella motivazione, nell’affetto, nella cognizione e nel comportamento (Zimbardo, 2002).
Sono stati individuati quattro tipi di controllo che possono essere esercitati, per esempio il controllo del comportamento, le tecniche di blocco del pensiero, il controllo delle emozioni e il controllo delle informazioni (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Il controllo del comportamento si riferisce alla realtà fisica dell’individuo, ossia dove vive, quello che mangia, il suo abbigliamento e i suoi rituali. Ogni culto ha un suo set di comportamenti distintivi che caratterizza chi ne fa parte. Il pensiero viene invece controllato attraverso l’accettazione di una ideologia considerata la “verità”. Le informazioni in entrata vengono filtrate attraverso lo stesso credo e attraverso l’utilizzo di un linguaggio interno o gergo che regola ulteriormente i pensieri individuali. Un’altra forma di controllo consiste in tecniche di blocco del pensiero, che utilizzano il cantare, il mormorare, il ripetere preghiere in concentrazione e i linguaggi caricati (espressione utilizzata per descrivere il gergo che è specifico per ogni culto) per limitare la capacità della persona di valutare la realtà. Nel momento in cui nel soggetto si dovessero creare dubbi o incertezze riguardo al gruppo, egli viene istruito ad aumentare i ritmi di ripetizione di questi rituali. Vengono manipolati anche i sentimenti della persona facendo nascere nel soggetto paure e sensi di colpa. Per manipolare la paura esistono due modi: il primo è far credere che esista un nemico esterno che perseguita; il secondo consiste nel portare la persona alla convinzione che verrà messa in atto una punizione da parte del leader nel caso in cui non venga seguita l’ideologia del gruppo. I sensi di colpa vengono insinuati nel soggetto, per far sì che egli non percepisca il controllo effettuato su di lui. Questo processo è lo stesso che coinvolge le vittime degli abusi, che vengono condizionate ad incolpare se stesse di ciò che gli accade, inoltre i membri del gruppo arrivano addirittura a ringraziare il leader quando questi fa notare loro le trasgressioni. Il più potente controllo emotivo risulta essere comunque l’indottrinamento alla fobia. Essendo l’ambiente esterno descritto come persecutorio, la persona può avere reazioni di panico al solo pensiero di lasciare il gruppo, risultando così praticamente impossibile per lei concepire la vita al di fuori del culto. Il controllo delle fonti d’informazione rende talmente carenti i meccanismi necessari al soggetto per l’elaborazione della realtà da renderlo isolato dal resto della società (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Per ottenere un controllo mentale si utilizzano alcune tecniche, quella che si tratta in questo articolo è la tecnica della manipolazione mentale, descritta da Singer e Lalich nel 1995. Gli autori suddividono la manipolazione mentale in tre fasi consecutive. Pongono come prima fase il cosiddetto scongelamento; una seconda fase definita cambiamento; ed una terza descritta come ricongelamento. L’influenza del gruppo sul soggetto può dipendere sia dalla capacità di persuadere, dalle relazioni di potere, dalle tattiche, dalle strategie manipolative del leader o del reclutatore, che non sempre sono la stessa persona, ma anche dal grado di suggestibilità del soggetto da reclutare o coinvolto. Risultano essere ricorrenti, in alcuni articoli che affrontano l’argomento, delle caratteristiche di personalità dei soggetti coinvolti, queste caratteristiche sono la suggestibilità e il machiavellismo (Loftus e mazzoni, 1998; Sherry, Hewitt, Besser, Flett e Klein, 2006).
La suggestibilità, intensa come tendenza di un individuo ad essere più facilmente indotto ad agire in un determinato modo, ad accettare una certa opinione, fede o convincimento senza una reale motivazione logica, può rivelarsi una caratteristica delle persone che possono essere coinvolte in un culto (Loftus e Mazzoni, 1998). Sfruttando questa caratteristica le persone possono essere indotte a ricordare eventi del proprio passato in modo diverso da come sono accaduti realmente (Loftus e Mazzoni, 1998).
Binet per primo introdusse il concetto di suggestibilità interrogativa all’inizio del secolo (Binet, 1900). Più tardi, nel 1938, Stern dimostrò che facendo intuire ai soggetti quale fosse la risposta desiderata ad una domanda posta, nonostante tale risposta potesse essere scorretta, essi tendevano ad accontentare lo sperimentatore (Stern, 1938).
Negli studi di Gudjonsson (1993), emerge anche la presenza di particolari caratteristiche nei soggetti più suggestionabili come, per esempio, un livello inferiore di quoziente intellettivo (Q.I.) rispetto alla media, una maggiore acquiescenza comune nelle persone con ritardo mentale, una giovane età e livelli di ansia alti (Clare e Gudjonsson, 1993). In seguito anche Loftus e Mazzoni (1998), hanno rilevato che nelle memorie di individui con un’alta capacità dissociativa è più facile inserire falsi ricordi della loro infanzia poiché tendono a dubitare delle loro capacità mnemoniche. Allo stesso tipo di suggestione sono sensibili le persone che possiedono una vivida immaginazione forse proprio a causa dell’attività immaginativa che spesso li porta ad alterare la realtà (Loftus e Mazzoni, 1998). In base al grado di suggestibilità dell’individuo e alle modalità utilizzate per suggestionarlo, si possono ottenere risposte comportamentali e reazioni psicologiche diverse. Si può perfino arrivare a perdere la fiducia nelle proprie convinzioni e interiorizzare sensi di colpa (Brett e Trowbridge, 2003).
La suggestibilità può essere individuata da persone che intendono avere un controllo su altre e utilizzata per esercitare una manipolazione mentale (Hassan, 2000).
Invece, a coloro che sono in grado di esercitare questo potere sono state associate spesso le seguenti caratteristiche: una relativa mancanza di coinvolgimento emotivo nelle relazioni interpersonali, una non dipendenza dai canoni della morale convenzionali, l’assenza di tratti psicopatologici e uno scarso impegno ideologico. Queste caratteristiche sono state incluse nel concetto di Machiavellismo (Christie e Geis, 1970). Il Machiavellismo implica una distaccata manipolazione degli altri, sdegno per la moralità convenzionale e una cinica visione della vita (Christie e Geis, 1970). Gli individui machiavellici possono essere descritti come autoritari, impersonali, diffidenti, pratici, freddi, ingannatori, impenetrabili e sfruttatori (McHoskey, Worzel e Szyarto, 1998). Gli individui machiavellici “manipolano di più, vincono di più, sono meno persuasibili e riescono a persuadere di più” (Christie e Geis, 1970, p. 312).
Alcune ricerche (McHoskey, 2001), hanno esaminato in un campione tratto dalla popolazione normale le relazioni tra machiavellismo e disordini di personalità, rilevando che tale caratteristica tende ad associarsi con tratti che possono indicare alterazioni di personalità. Tra questi si evidenziano il nevroticismo, il narcisismo, la psicopatia e caratteristiche di una scarsa capacità di adattamento (McHoskey, 2001).
Un ulteriore aspetto degli individui machiavellici sembrerebbe quello di avere comportamenti sessuali caratterizzati da narcisismo, manipolazione e ostilità, tendenti alla promiscuità e alla curiosità non sempre associate a sentimenti di soddisfazione (McHoskey, 2001). In un ulteriore studio di Sherry, Hewitt, Besser, Flett e Klein (2006), è stato rilevato che gli individui machiavellici potrebbero possedere schemi relazionali in cui gli altri vengono percepiti come aventi un potere di controllo. Spesso tali individui raccontano di essere cresciuti in un ambiente punitivo e non accogliente e ciò potrebbe spiegare la loro percezione degli altri come ostili. Gli individui machiavellici tenderebbero a rispondere alla percezione di controllo con la ribellione e con la resistenza piuttosto che con la sottomissione e la compiacenza. Inoltre questi soggetti tendono ad assumere comportamenti che siano perfetti agli occhi degli altri, quindi possono essere perfezionisti nella presentazione di sé per arrivare ad avere un vantaggio sugli altri, a dare un’immagine di forza e dominanza (Sherry, Hewitt, Besser, Flett e Klein, 2006). Parlando di culti distruttivi o sette, realtà che si rivela sempre più attuale anche in Italia, si evidenzia la fondamentale importanza degli aspetti di personalità del manipolatore e del manipolato ai fini di uno studio sulle caratteristiche sociali del fenomeno. Infatti l’appartenenza ad organizzazioni estremistiche religiose e non, coinvolge non soltanto le persone interessate, ma anche le loro reti di relazioni con la possibilità di provocare tensioni e sofferenze. A questo proposito si è pensato di affrontare un’indagine su questa tematica con l’obiettivo di approfondire la conoscenza del fenomeno. In questo lavoro il campione era composto da 60 persone suddivise in due gruppi da 30 ciascuno. Al primo gruppo appartenevano ex-leader di culti distruttivi di varia natura (religiosa, filosofica o professionale), il secondo invece era composto da persone che avevano dichiarato di non essere mai venute a contatto con culti. Per entrare in contatto con gli ex-adepti leader è stato necessario rivolgersi all’Osservatorio Nazionale degli Abusi Psicologici (O.N.A.P.) con sede a Firenze. Questa associazione ha tra i suoi obiettivi il sostegno a persone che vogliono uscire da gruppi pericolosi, da culti religiosi ad alta richiesta o da sette occulte. Il campione tratto dalla popolazione generale è stato reclutato in base al genere e all’età per renderlo confrontabile con il campione di riferimento. L’età del campione degli ex-adepti leader era compresa tra i 20 e i 71 anni con una media di anni 42 11.66 ed era composto da 16 maschi e 14 femmine. Il campione tratto dalla popolazione generale era di età compresa tra i 22 e i 63 anni, con una media di anni 42 11.49 ed era composto da 15 maschi e 15 femmine. Per quanto riguarda il grado d’istruzione all’interno del campione degli ex-adepti leader il 36.7% dei partecipanti risultava aver conseguito il diploma superiore; il 33.4% aveva conseguito titoli di studio universitari (diploma di laurea o laurea) e una percentuale pari al 23.4% aveva interrotto gli studi con la licenza media. Nel campione tratto dalla popolazione generale si notava una più alta percentuale di coloro che avevano conseguito il diploma superiore (56.6%). Per quanto riguarda il conseguimento di titoli di studio universitari la percentuale era del 26.6%, ma risultava inferiore in questo campione la percentuale di coloro che avevano interrotto gli studi alla licenza media (13.3%). Per l’indagine sono stati usati due diversi strumenti: l’adattamento italiano della scala Mach IV a cura di Galli e Nigro (1983) originariamente messo a punto da Richard Christie (1959) e uno strumento appositamente messo a punto per approfondire le caratteristiche dei culti e le relazioni degli ex-adepti leader con le rispettive reti sociali. Il Mach IV è composto da 20 item che si rifanno al costrutto di machiavellismo proposto da Christie (1959). suddivisi in tre aree d’appartenenza: Tattiche, Moralità e Visione del mondo. Gli item dell’area Tattiche riguardano le strategie messe in atto dal soggetto nell’approccio verso gli altri; quelli dell’area Moralità si riferiscono ai valori condivisi dal soggetto; e quelli dell’area Visione del mondo indagano come il soggetto percepisce le azioni degli altri e la società. È inoltre prevista una scala Totale che corrisponde all’insieme delle tre sopraccitate. Il questionario per esplorare altre aree di interesse per la ricerca e per indagare sia le caratteristiche del fenomeno culti che dei soggetti che vi avevano aderito è stato predisposto facendo riferimento sia alla letteratura sulle motivazioni e sulle conseguenze dell’adesione ai culti distruttivi sia ad una serie di domande già utilizzate dall’associazione ONAP. Il fine era quello di creare un mezzo di rilevazione delle caratteristiche delle relazioni dei soggetti sia con l’ambiente familiare e amicale sia con l’ambiente cultista; inoltre lo strumento indaga le dinamiche e le implicazioni collegate all’entrata in contatto col culto (motivazione, emozioni, durata dell’esperienza nel culto, mansioni esercitate all’interno, modalità delle richieste d’aiuto e abbandono del culto). Di questo strumento sono state messe a punto due forme differenti del questionario, una per il campione degli ex-adepti leader i cui item indagavano la loro esperienza personale all’interno dei culti e una per il campione tratto dalla popolazione generale in cui veniva richiesta la loro opinione del fenomeno relativamente ad alcune caratteristiche dei culti. A seguito dei risultati statistici condotti è stato rivelato l’esistenza di alcune differenze nelle motivazioni che hanno indotto gli ex-leader ad aderire ad un culto distruttivo e le opinioni in merito di persone che non hanno mai partecipato ad un culto. Inoltre sono state rilevate differenze tra i due gruppi in merito alle caratteristiche attribuite ai culti. Si è indagato anche sulla qualità delle relazioni degli ex-adepti con le rispettive reti sociali (famiglia e amici), prendendo in considerazione tre diversi momenti, prima e durante l’adesione e dopo l’abbandono del culto. Si è proseguita l’indagine anche nelle relazioni con i membri del culto considerando il periodo dell’adesione e il periodo che seguiva all’abbandono. Infine anche nei livelli di machiavellismo tra coloro che hanno vissuto un’esperienza di leader in un culto e coloro che non ne hanno mai fatto parte sono emerse differenze significative.
E’ possibile ritenere che le aspettative di questa ricerca siano state in parte confermate dai risultati ottenuti. Abbiamo posto la nostra attenzione sulle motivazioni che possono indurre ad una adesione ad un culto e sulle aspettative, tema che ha fatto emergere differenze d’opinione tra gli ex-adepti leader e il campione generale. Inoltre abbiamo affrontato le caratteristiche delle relazioni degli ex-adepti leader con le rispettive reti sociali in tre momenti diversi, cioè prima e durante l’adesione e dopo l’abbandono del culto. Si è dedotto che nella maggior parte dei soggetti si manifestano conflitti con la propria famiglia durante l’adesione, che in media diminuiscono dopo l’abbandono e che il riavvicinamento non avviene invece con la rete amicale. Questo ci potrebbe far pensare che coloro che escono dai culti si ritrovano isolati dal resto della società. Conseguenza questa che non dovrebbe passare inosservata da una prospettiva sociale. Infine si sono individuati tratti machiavellici più alti nei maschi appartenenti al gruppo degli ex-adepti leader rispetto a tutti gli altri partecipanti. Questo risultato potrebbe significare che i soggetti potevano avere tratti machiavellici prima di entrare nel culto, potrebbero averli sviluppati durante l’adesione, ma potrebbe anche significare che il culto espelle in qualche modo persone che manifestano tratti più alti di machiavellismo, essendo il gruppo analizzato formato da ex-adepti. Questo studio presenta non poche limitazioni, per esempio il numero limitato degli ex-adepti leader, dovuto alla difficoltà a far partecipare persone che, a causa dell’esperienza traumatica vissuta mostrano una umana diffidenza nei confronti di chi si avvicina a queste tematiche senza averne avuta esperienza diretta. L’obiettivo posto alla base di questo lavoro voleva essere quello di porre l’attenzione nei confronti di un fenomeno che sicuramente necessita di una ricerca più approfondita, per non parlare del bisogno di creare enti o strutture che possano sia individuare e combattere questo tipo di abuso che coinvolge sempre più persone, sia sostenere coloro che rimasti coinvolti in una rete cultista, ma con la volontà di uscirne spesso non riescono a farlo da soli.
Riferimenti bibliografici
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titolo: Machiavellismo ed adesione ai culti distruttivi
autore: Stefania D'Ingeo
argomento: Psicologia Sociale
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 21/07/2009
Stefania D'Ingeo
Negli ultimi decenni si è assistito al nascere e all’aumentare di gruppi che per il loro uso di tecniche come la manipolazione mentale possono essere definiti Culti Distruttivi. Occorre però fare una distinzione tra un culto distruttivo e un normale gruppo religioso. Infatti nel primo vi è l’uso dell’inganno nel reclutare e mantenere i propri adepti. Viene definito come culto distruttivo un qualsiasi gruppo che metta in atto tecniche fraudolente per il conseguimento dei propri obiettivi, siano essi religiosi o laici (Hassan, 2000). La realtà del culto distruttivo può essere descritta come un contesto dove non esiste alcun rispetto per i singoli individui e all’interno del quale, mediante un processo di controllo mentale, le persone vengono gradualmente condotte a comportarsi tutte allo stesso modo (Hassan, 2000; Santovecchi, 2004).
Le conseguenze del suddetto processo per il soggetto coinvolto possono consistere in una assoluta sudditanza al gruppo, nella perdita della capacità di agire autonomamente e nello sfruttamento a scopo di lucro. Da una prospettiva giuridica si incontrano diverse difficoltà nel riconoscimento dei culti distruttivi. Infatti l’insorgere di nuovi movimenti religiosi ha generato negli ultimi anni spesso una paura ingiustificata tanto da far parlare di "panico morale" (Jenkins, 1998). Ma in altri casi il rischio potrebbe risultare nella sottovalutazione del problema “culto distruttivo”. Ecco perchè, anche da un punto di vista puramente teorico, i Parlamenti delle varie nazioni hanno attualmente serie difficoltà nel determinare gli spazi per eventuali provvedimenti legislativi (Introvigne e Richardson, 2001). Infatti per i legislatori risulta essere difficoltosa la sanzione in eventuali violazioni dei diritti dell’uomo, in quanto spesso i leader dei culti abusanti riescono a mettere in pratica i loro obiettivi proteggendosi proprio dietro il Dettato Costituzionale che prevede la libertà religiosa e la libera espressione del pensiero (Bini e Santovecchi, 2005).
Quindi se da una parte esistono nuovi movimenti religiosi che hanno tutto il diritto di professare ed esprimere il loro credo, dall’altra parte non si può ignorare su quel numero tutt’altro che povero di ex-adepti e familiari di adepti che dichiarano l’esistenza di un grave problema sociale. In Italia in relazione alle sette religiose o culti distruttivi è stato messo a punto nel 1998 un rapporto della Polizia Italiana per uso interno della stessa e dei Servizi Segreti. In questo rapporto si cita l’articolo 603 del codice penale italiano del 1930 in cui si tratta il reato di plagio. Con questo termine veniva descritto l’atto di sottoporre una persona al proprio potere in modo da ridurla in totale stato di soggezione. Dal 1981 l’offesa di plagio è stata dichiarata incostituzionale. Prima di arrivare all’abrogazione dell’art. 603 però sono state emesse alcune sentenze, negli anni ’56-’57, in cui si affermava che perché potesse sussistere il reato di plagio, fra i soggetti coinvolti, doveva esistere un rapporto di padronanza, di dominio e di potere, affinché la vittima risultasse privata della facoltà di volere liberamente e di autodeterminarsi (Soper, 2001).
Solo nel 1961 la Corte di Cassazione ha emesso una sentenza dove si sottolineano gli elementi costitutivi del reato di plagio in relazione all’aspetto psicologico dell’individuo. Si individuava nel plagio la instaurazione di un rapporto di soggezione della vittima al soggetto attivo, in modo che essa risultasse sottoposta al potere del secondo con completa o quasi integrale soppressione della propria volontà. Nel 1968 un intellettuale fu accusato di aver ridotto in totale stato di soggezione due giovani dopo averne annientato la volontà nella ricerca di un rapporto omosessuale. In primo grado egli fu chiamato a rispondere per il reato di plagio continuato e condannato a nove anni di reclusione (sentenza del 14 luglio 1968), poi ridotti a quattro dalla Corte d’Assise d’Appello con sentenza del 28 novembre 1969, successivamente confermata dalla Suprema Corte di Cassazione (sentenza del 21 ottobre 1971) (La Corte Costituzionale sentenza n.96, 1981). Fu nella pronuncia di secondo grado che il giudice raffigurò il soggetto plagiante come colui che non si impossessava dell’essere altrui per trarne un vantaggio di natura materiale e non mosso da fini di lucro, bensì lo descrisse come colui che assorbiva nell’energia del proprio volere ogni capacità della vittima (Soper, 2001). Dopo l’ultima sentenza che aveva provocato non poche polemiche nel campo giuridico e nel campo medico, si diede inizio a due distinte iniziative legislative al Senato e alla Camera dei Deputati che si conclusero con l’abrogazione dell’art. 603 del codice penale, definendo la nozione giuridica di plagio, respingendo le interpretazioni che configuravano l’azione del plagiante come sostanzialmente e principalmente fisica.
Veniva esclusa la tesi secondo la quale lo scopo di porre la vittima al servizio del plagiante, ricavandone un profitto, costituirebbe un elemento per distinguere il plagio dagli altri reati contro la libertà individuale. Venne così evidenziata come importante per l’esistenza del plagio, l’instaurazione di un’assoluta soggezione del plagiato con una quasi integrale soppressione della libertà e dell’autonomia della persona. Si evidenziò così la difficile applicazione dell’articolo 603 c.p. perché troppo suscettibile agli eventi dei singoli casi e soprattutto perché non suffragata da prove scientifiche di matrice psicologica (Bini e Santovecchi, 2005). Allo stato attuale appare interessante constatare che la libertà religiosa in riferimento all’art. 8 della nostra Costituzione, preveda che gli emergenti movimenti religiosi abbiano determinati requisiti affinché ne avvenga il riconoscimento legislativo da parte dello Stato. Vengono così posti dei limiti al riconoscimento di tali movimenti. Questo non impedisce però ai culti la possibilità di attuare una gestione che prevede l’utilizzo di tecniche manipolatorie al fine di far credere, alle persone che vi aderiscono, di aver mantenuto il proprio diritto alla libertà individuale (Bini e Santovecchi, 2005).
In Italia, il primo firmatario di un Disegno di Legge per l’istituzione di una Commissione Parlamentare di inchiesta sulle sette è stato il Senatore e Sottosegretario alla Difesa Francesco Bosi (UDC) (Disegno di Legge n. 4605, 10 maggio 2000). L’Onorevole, consapevole dell’importanza dell’art. 8, sottolinea tuttavia che non si possono trascurare quei comportamenti che sconfinano in attività illecite, in lucrosi e occulti accumuli di denaro che spesso sfuggono alla fiscalità e che provocano denunce alla Magistratura di danni patiti o di minacce ricevute da chi intende recedere da queste appartenenze (Bini e Santovecchi, 2005).
Successivamente l’Onorevole Valdo Spini (DS) ha presentato una proposta di legge sulla libertà di religione (Disegno di Legge n. 1576, 14 settembre 2001). Tale proposta si pone l’obiettivo di regolare l’applicazione dell’art. 7 della Costituzione (rapporti giuridici tra la Repubblica Italiana e lo Stato Città del Vaticano) e l’art. 8 che descrive la possibilità, per altre confessioni religiose, con regolari requisiti, di stipulare delle intese con lo Stato Italiano. Punto centrale di questo disegno di legge è che tutti hanno il diritto di professare liberamente il proprio credo religioso in forma individuale o associata, di farne propaganda, di esercitarlo in privato o in pubblico, purchè non si contrapponga al buon costume (Bini e Santovecchi, 2005).
Di fronte all’emergere di fenomeni sociali quali, ad esempio, le numerose sette religiose che sempre di più si stanno diffondendo, ci si è resi conto che la già citata abrogazione dell’ articolo 603 del Codice Penale, ha creato un evidente vuoto di tutela all’interno dell’ordinamento italiano (Alfano, 2005).
Per questo motivo si è pensato di prevedere una norma che contempli e sanzioni il reato di manipolazione mentale. E’ il caso del Disegno di Legge n. 800, 6 novembre 2001 del Senatore Renato Meduri (AN) (Bini e Santovecchi, 2005).
In seguito, con la Legge dell’11 agosto 2003 n. 228, pubblicata nella “Gazzetta Ufficiale” del 23 agosto 2003 n. 195, si arriva ad una riformulazione del reato di riduzione in schiavitù, ad un ampliamento del suo ambito applicativo, tale per cui, ora, è compresa all’interno della norma anche la riduzione di un uomo in uno stato di “soggezione continuativa”. Tale legge di fatto riporta in auge quello che era il plagio fino al 1981, ma tacendone la vecchia denominazione. (Alfano, 2005).
Questa legge ha riformato radicalmente gli articoli del Codice Penale inerenti il reato di riduzione in schiavitù e ha ampliato il suo ambito applicativo, tale per cui è prevista ora la punizione per chi abusa della credulità popolare (art. 661 c.p.), per circonvenzione d’incapace (art. 643 c.p.) e per abuso della professione medica (art. 348 c.p.). Quest’ultimo caso si riferisce ai culti dove i leader si propongono come medici o curatori somministrando farmaci o droghe. Tutti questi provvedimenti possono tuttavia risultare non sufficienti per arginare il fenomeno dei culti distruttivi. Infatti essi sono ancora rivolti più ad un reato contro il patrimonio che ad una tutela della persona (Bini e Santovecchi, 2005). La tutela della persona risulta essere importante in quanto l’obiettivo finale dei culti distruttivi è il controllo mentale del soggetto coinvolto. Per controllo mentale, si intende un processo di sradicamento delle credenze precedenti di un individuo e il loro rimpiazzo con credenze nuove attraverso l’uso della persuasione coercitiva. È un processo disegnato appositamente per diminuire l’indipendenza e l’individualità della persona e far sì che acquisisca una nuova personalità conforme al culto (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Tuttavia l’esistenza del controllo mentale è stata spesso messa in dubbio dal punto di vista scientifico (Zimbardo, 2002) ed è fonte di accesi dibattiti, da cui nascono alcuni quesiti:
Un culto distruttivo può mettere in discussione i principi di libertà religiosa dei cittadini in modo che questi si uniscano senza piena coscienza a gruppi carismatici?
Come è possibile affrontare da una prospettiva psicologica le organizzazioni con programmi religiosi o di potenziamento mentale e fare in modo che questi non influenzino media e giudizi legali?
Quale può essere il ruolo dell’American Psychological Association (APA) nello stabilire i principi per trattare quelle persone che dicono di aver subito abusi da parte dei culti o nel formare terapeuti specializzati e fornire a quest’ultimi delle linee guida? (Zimbardo, 2002).
Un valore di base ritrovabile anche in psicologia, è il promuovere la libertà umana e il fornire strumenti agli individui per esercitarla. Qualsiasi significato si voglia attribuire al concetto di controllo mentale risulterebbe in opposizione a orientamenti di questo tipo. Necessita un approfondimento il concetto di controllo mentale, infatti con questa definizione si intende un processo di sradicamento delle credenze precedenti di un individuo e il loro rimpiazzo con nuove credenze mediante l’uso della persuasione coercitiva (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Attraverso il controllo mentale si ottiene una distorsione nella percezione, nella motivazione, nell’affetto, nella cognizione e nel comportamento (Zimbardo, 2002).
Sono stati individuati quattro tipi di controllo che possono essere esercitati, per esempio il controllo del comportamento, le tecniche di blocco del pensiero, il controllo delle emozioni e il controllo delle informazioni (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Il controllo del comportamento si riferisce alla realtà fisica dell’individuo, ossia dove vive, quello che mangia, il suo abbigliamento e i suoi rituali. Ogni culto ha un suo set di comportamenti distintivi che caratterizza chi ne fa parte. Il pensiero viene invece controllato attraverso l’accettazione di una ideologia considerata la “verità”. Le informazioni in entrata vengono filtrate attraverso lo stesso credo e attraverso l’utilizzo di un linguaggio interno o gergo che regola ulteriormente i pensieri individuali. Un’altra forma di controllo consiste in tecniche di blocco del pensiero, che utilizzano il cantare, il mormorare, il ripetere preghiere in concentrazione e i linguaggi caricati (espressione utilizzata per descrivere il gergo che è specifico per ogni culto) per limitare la capacità della persona di valutare la realtà. Nel momento in cui nel soggetto si dovessero creare dubbi o incertezze riguardo al gruppo, egli viene istruito ad aumentare i ritmi di ripetizione di questi rituali. Vengono manipolati anche i sentimenti della persona facendo nascere nel soggetto paure e sensi di colpa. Per manipolare la paura esistono due modi: il primo è far credere che esista un nemico esterno che perseguita; il secondo consiste nel portare la persona alla convinzione che verrà messa in atto una punizione da parte del leader nel caso in cui non venga seguita l’ideologia del gruppo. I sensi di colpa vengono insinuati nel soggetto, per far sì che egli non percepisca il controllo effettuato su di lui. Questo processo è lo stesso che coinvolge le vittime degli abusi, che vengono condizionate ad incolpare se stesse di ciò che gli accade, inoltre i membri del gruppo arrivano addirittura a ringraziare il leader quando questi fa notare loro le trasgressioni. Il più potente controllo emotivo risulta essere comunque l’indottrinamento alla fobia. Essendo l’ambiente esterno descritto come persecutorio, la persona può avere reazioni di panico al solo pensiero di lasciare il gruppo, risultando così praticamente impossibile per lei concepire la vita al di fuori del culto. Il controllo delle fonti d’informazione rende talmente carenti i meccanismi necessari al soggetto per l’elaborazione della realtà da renderlo isolato dal resto della società (Cult Awareness & Information Centre, 2006). Per ottenere un controllo mentale si utilizzano alcune tecniche, quella che si tratta in questo articolo è la tecnica della manipolazione mentale, descritta da Singer e Lalich nel 1995. Gli autori suddividono la manipolazione mentale in tre fasi consecutive. Pongono come prima fase il cosiddetto scongelamento; una seconda fase definita cambiamento; ed una terza descritta come ricongelamento. L’influenza del gruppo sul soggetto può dipendere sia dalla capacità di persuadere, dalle relazioni di potere, dalle tattiche, dalle strategie manipolative del leader o del reclutatore, che non sempre sono la stessa persona, ma anche dal grado di suggestibilità del soggetto da reclutare o coinvolto. Risultano essere ricorrenti, in alcuni articoli che affrontano l’argomento, delle caratteristiche di personalità dei soggetti coinvolti, queste caratteristiche sono la suggestibilità e il machiavellismo (Loftus e mazzoni, 1998; Sherry, Hewitt, Besser, Flett e Klein, 2006).
La suggestibilità, intensa come tendenza di un individuo ad essere più facilmente indotto ad agire in un determinato modo, ad accettare una certa opinione, fede o convincimento senza una reale motivazione logica, può rivelarsi una caratteristica delle persone che possono essere coinvolte in un culto (Loftus e Mazzoni, 1998). Sfruttando questa caratteristica le persone possono essere indotte a ricordare eventi del proprio passato in modo diverso da come sono accaduti realmente (Loftus e Mazzoni, 1998).
Binet per primo introdusse il concetto di suggestibilità interrogativa all’inizio del secolo (Binet, 1900). Più tardi, nel 1938, Stern dimostrò che facendo intuire ai soggetti quale fosse la risposta desiderata ad una domanda posta, nonostante tale risposta potesse essere scorretta, essi tendevano ad accontentare lo sperimentatore (Stern, 1938).
Negli studi di Gudjonsson (1993), emerge anche la presenza di particolari caratteristiche nei soggetti più suggestionabili come, per esempio, un livello inferiore di quoziente intellettivo (Q.I.) rispetto alla media, una maggiore acquiescenza comune nelle persone con ritardo mentale, una giovane età e livelli di ansia alti (Clare e Gudjonsson, 1993). In seguito anche Loftus e Mazzoni (1998), hanno rilevato che nelle memorie di individui con un’alta capacità dissociativa è più facile inserire falsi ricordi della loro infanzia poiché tendono a dubitare delle loro capacità mnemoniche. Allo stesso tipo di suggestione sono sensibili le persone che possiedono una vivida immaginazione forse proprio a causa dell’attività immaginativa che spesso li porta ad alterare la realtà (Loftus e Mazzoni, 1998). In base al grado di suggestibilità dell’individuo e alle modalità utilizzate per suggestionarlo, si possono ottenere risposte comportamentali e reazioni psicologiche diverse. Si può perfino arrivare a perdere la fiducia nelle proprie convinzioni e interiorizzare sensi di colpa (Brett e Trowbridge, 2003).
La suggestibilità può essere individuata da persone che intendono avere un controllo su altre e utilizzata per esercitare una manipolazione mentale (Hassan, 2000).
Invece, a coloro che sono in grado di esercitare questo potere sono state associate spesso le seguenti caratteristiche: una relativa mancanza di coinvolgimento emotivo nelle relazioni interpersonali, una non dipendenza dai canoni della morale convenzionali, l’assenza di tratti psicopatologici e uno scarso impegno ideologico. Queste caratteristiche sono state incluse nel concetto di Machiavellismo (Christie e Geis, 1970). Il Machiavellismo implica una distaccata manipolazione degli altri, sdegno per la moralità convenzionale e una cinica visione della vita (Christie e Geis, 1970). Gli individui machiavellici possono essere descritti come autoritari, impersonali, diffidenti, pratici, freddi, ingannatori, impenetrabili e sfruttatori (McHoskey, Worzel e Szyarto, 1998). Gli individui machiavellici “manipolano di più, vincono di più, sono meno persuasibili e riescono a persuadere di più” (Christie e Geis, 1970, p. 312).
Alcune ricerche (McHoskey, 2001), hanno esaminato in un campione tratto dalla popolazione normale le relazioni tra machiavellismo e disordini di personalità, rilevando che tale caratteristica tende ad associarsi con tratti che possono indicare alterazioni di personalità. Tra questi si evidenziano il nevroticismo, il narcisismo, la psicopatia e caratteristiche di una scarsa capacità di adattamento (McHoskey, 2001).
Un ulteriore aspetto degli individui machiavellici sembrerebbe quello di avere comportamenti sessuali caratterizzati da narcisismo, manipolazione e ostilità, tendenti alla promiscuità e alla curiosità non sempre associate a sentimenti di soddisfazione (McHoskey, 2001). In un ulteriore studio di Sherry, Hewitt, Besser, Flett e Klein (2006), è stato rilevato che gli individui machiavellici potrebbero possedere schemi relazionali in cui gli altri vengono percepiti come aventi un potere di controllo. Spesso tali individui raccontano di essere cresciuti in un ambiente punitivo e non accogliente e ciò potrebbe spiegare la loro percezione degli altri come ostili. Gli individui machiavellici tenderebbero a rispondere alla percezione di controllo con la ribellione e con la resistenza piuttosto che con la sottomissione e la compiacenza. Inoltre questi soggetti tendono ad assumere comportamenti che siano perfetti agli occhi degli altri, quindi possono essere perfezionisti nella presentazione di sé per arrivare ad avere un vantaggio sugli altri, a dare un’immagine di forza e dominanza (Sherry, Hewitt, Besser, Flett e Klein, 2006). Parlando di culti distruttivi o sette, realtà che si rivela sempre più attuale anche in Italia, si evidenzia la fondamentale importanza degli aspetti di personalità del manipolatore e del manipolato ai fini di uno studio sulle caratteristiche sociali del fenomeno. Infatti l’appartenenza ad organizzazioni estremistiche religiose e non, coinvolge non soltanto le persone interessate, ma anche le loro reti di relazioni con la possibilità di provocare tensioni e sofferenze. A questo proposito si è pensato di affrontare un’indagine su questa tematica con l’obiettivo di approfondire la conoscenza del fenomeno. In questo lavoro il campione era composto da 60 persone suddivise in due gruppi da 30 ciascuno. Al primo gruppo appartenevano ex-leader di culti distruttivi di varia natura (religiosa, filosofica o professionale), il secondo invece era composto da persone che avevano dichiarato di non essere mai venute a contatto con culti. Per entrare in contatto con gli ex-adepti leader è stato necessario rivolgersi all’Osservatorio Nazionale degli Abusi Psicologici (O.N.A.P.) con sede a Firenze. Questa associazione ha tra i suoi obiettivi il sostegno a persone che vogliono uscire da gruppi pericolosi, da culti religiosi ad alta richiesta o da sette occulte. Il campione tratto dalla popolazione generale è stato reclutato in base al genere e all’età per renderlo confrontabile con il campione di riferimento. L’età del campione degli ex-adepti leader era compresa tra i 20 e i 71 anni con una media di anni 42 11.66 ed era composto da 16 maschi e 14 femmine. Il campione tratto dalla popolazione generale era di età compresa tra i 22 e i 63 anni, con una media di anni 42 11.49 ed era composto da 15 maschi e 15 femmine. Per quanto riguarda il grado d’istruzione all’interno del campione degli ex-adepti leader il 36.7% dei partecipanti risultava aver conseguito il diploma superiore; il 33.4% aveva conseguito titoli di studio universitari (diploma di laurea o laurea) e una percentuale pari al 23.4% aveva interrotto gli studi con la licenza media. Nel campione tratto dalla popolazione generale si notava una più alta percentuale di coloro che avevano conseguito il diploma superiore (56.6%). Per quanto riguarda il conseguimento di titoli di studio universitari la percentuale era del 26.6%, ma risultava inferiore in questo campione la percentuale di coloro che avevano interrotto gli studi alla licenza media (13.3%). Per l’indagine sono stati usati due diversi strumenti: l’adattamento italiano della scala Mach IV a cura di Galli e Nigro (1983) originariamente messo a punto da Richard Christie (1959) e uno strumento appositamente messo a punto per approfondire le caratteristiche dei culti e le relazioni degli ex-adepti leader con le rispettive reti sociali. Il Mach IV è composto da 20 item che si rifanno al costrutto di machiavellismo proposto da Christie (1959). suddivisi in tre aree d’appartenenza: Tattiche, Moralità e Visione del mondo. Gli item dell’area Tattiche riguardano le strategie messe in atto dal soggetto nell’approccio verso gli altri; quelli dell’area Moralità si riferiscono ai valori condivisi dal soggetto; e quelli dell’area Visione del mondo indagano come il soggetto percepisce le azioni degli altri e la società. È inoltre prevista una scala Totale che corrisponde all’insieme delle tre sopraccitate. Il questionario per esplorare altre aree di interesse per la ricerca e per indagare sia le caratteristiche del fenomeno culti che dei soggetti che vi avevano aderito è stato predisposto facendo riferimento sia alla letteratura sulle motivazioni e sulle conseguenze dell’adesione ai culti distruttivi sia ad una serie di domande già utilizzate dall’associazione ONAP. Il fine era quello di creare un mezzo di rilevazione delle caratteristiche delle relazioni dei soggetti sia con l’ambiente familiare e amicale sia con l’ambiente cultista; inoltre lo strumento indaga le dinamiche e le implicazioni collegate all’entrata in contatto col culto (motivazione, emozioni, durata dell’esperienza nel culto, mansioni esercitate all’interno, modalità delle richieste d’aiuto e abbandono del culto). Di questo strumento sono state messe a punto due forme differenti del questionario, una per il campione degli ex-adepti leader i cui item indagavano la loro esperienza personale all’interno dei culti e una per il campione tratto dalla popolazione generale in cui veniva richiesta la loro opinione del fenomeno relativamente ad alcune caratteristiche dei culti. A seguito dei risultati statistici condotti è stato rivelato l’esistenza di alcune differenze nelle motivazioni che hanno indotto gli ex-leader ad aderire ad un culto distruttivo e le opinioni in merito di persone che non hanno mai partecipato ad un culto. Inoltre sono state rilevate differenze tra i due gruppi in merito alle caratteristiche attribuite ai culti. Si è indagato anche sulla qualità delle relazioni degli ex-adepti con le rispettive reti sociali (famiglia e amici), prendendo in considerazione tre diversi momenti, prima e durante l’adesione e dopo l’abbandono del culto. Si è proseguita l’indagine anche nelle relazioni con i membri del culto considerando il periodo dell’adesione e il periodo che seguiva all’abbandono. Infine anche nei livelli di machiavellismo tra coloro che hanno vissuto un’esperienza di leader in un culto e coloro che non ne hanno mai fatto parte sono emerse differenze significative.
E’ possibile ritenere che le aspettative di questa ricerca siano state in parte confermate dai risultati ottenuti. Abbiamo posto la nostra attenzione sulle motivazioni che possono indurre ad una adesione ad un culto e sulle aspettative, tema che ha fatto emergere differenze d’opinione tra gli ex-adepti leader e il campione generale. Inoltre abbiamo affrontato le caratteristiche delle relazioni degli ex-adepti leader con le rispettive reti sociali in tre momenti diversi, cioè prima e durante l’adesione e dopo l’abbandono del culto. Si è dedotto che nella maggior parte dei soggetti si manifestano conflitti con la propria famiglia durante l’adesione, che in media diminuiscono dopo l’abbandono e che il riavvicinamento non avviene invece con la rete amicale. Questo ci potrebbe far pensare che coloro che escono dai culti si ritrovano isolati dal resto della società. Conseguenza questa che non dovrebbe passare inosservata da una prospettiva sociale. Infine si sono individuati tratti machiavellici più alti nei maschi appartenenti al gruppo degli ex-adepti leader rispetto a tutti gli altri partecipanti. Questo risultato potrebbe significare che i soggetti potevano avere tratti machiavellici prima di entrare nel culto, potrebbero averli sviluppati durante l’adesione, ma potrebbe anche significare che il culto espelle in qualche modo persone che manifestano tratti più alti di machiavellismo, essendo il gruppo analizzato formato da ex-adepti. Questo studio presenta non poche limitazioni, per esempio il numero limitato degli ex-adepti leader, dovuto alla difficoltà a far partecipare persone che, a causa dell’esperienza traumatica vissuta mostrano una umana diffidenza nei confronti di chi si avvicina a queste tematiche senza averne avuta esperienza diretta. L’obiettivo posto alla base di questo lavoro voleva essere quello di porre l’attenzione nei confronti di un fenomeno che sicuramente necessita di una ricerca più approfondita, per non parlare del bisogno di creare enti o strutture che possano sia individuare e combattere questo tipo di abuso che coinvolge sempre più persone, sia sostenere coloro che rimasti coinvolti in una rete cultista, ma con la volontà di uscirne spesso non riescono a farlo da soli.
Riferimenti bibliografici
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Bini, C., & Santovecchi, P. (2005). Menti in ostaggio. I familiari raccontano. Roma: Edizioni Avverbi.
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Loftus, E., & Mazzoni, G. A. L. (1998). Using imagination and personalized suggestion to change people. Behavior therapy, 29, 691-706.
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McHoskey, J. W., Worzel, W., & Szyarto, C. (1998). Machiavellianism and Psychopathy. Journal of Personality and Social Psychology, 74, 192-210.
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Sherry, S. B., Hewitt, P. L., Besser, A., Flett, L., & Klein, C. (2006). Machiavellianism, trait perfectionism, and perfectionistic self-presentation. Personality and Individual Differences, 40,(4), 829-839.
Soper, J. C. (2001). Tribal instinct and religious persecution: Why do western European states behave so badly?. Journal for the Scientific Study of Religion, 40 (2), 177-180.
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Zimbardo, P. G. (2002). Mind control: Psychological reality or mindless rhetoric?. Cultic Studies Review. 1 (3), 309-311.
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titolo: Machiavellismo ed adesione ai culti distruttivi
autore: Stefania D'Ingeo
argomento: Psicologia Sociale
fonte: Vertici Network
data di pubblicazione: 21/07/2009
giovedì 21 maggio 2009
La setta: ora sdraiatevi nella bara
il Centro — 19 febbraio 2009 pagina 16 sezione: CRONACA
PESCARA. Da Pescara ad Ancona, passando per Colonnella, San Benedetto del Tronto e Ascoli Piceno. Si allarga il giro della psico-setta del metodo «Arkeon» per cui il pm di Bari Francesco Bretone ha chiesto il processo a carico di 11 persone. I seguaci del fondatore, il sedicente maestro Vito Carlo Moccia , avevano messo radici tra Abruzzo e Marche, dove qualcuno dei «maestri» continua a operare sotto diversa denominazione. La denuncia della pescarese testimone-chiave, che con le sue dichiarazioni sui «trattamenti» a sfondo sessuale ha dato il via all’inchiesta, ha fatto venir fuori altre storie di persone che hanno partecipato ai seminari «per ritrovare fiducia e stare meglio con se stessi e con gli altri». Da lì sono uscite senza soldi e con mille problemi. L’ESERCITO DEI TRUFFATI. Non tutti i partecipanti ai seminari, oltre 10mila persone in tutta Italia, hanno subìto violenze fisiche. Molti sono usciti dalla setta quando si sono accorti che i soldi spesi in cambio di promesse di miglioramento spirituale erano stati gettati al vento. Tra le ipotesi di reato anche truffa ed esercizio abusivo della professione medica. Tra l’altro, la maggior parte dei seminari non veniva fatturata e i testimoni hanno raccontato che di solito veniva emessa fattura solo al primo seminario e poi più nulla. Insomma, una colossale evasione fiscale. LA MAPPA DELLA SETTA. I «maestri» attivi nel 2006/2007 in Abruzzo erano 3 (una coppia e un singolo). I seminari di due giorni effettuati ogni mese da ciascun maestro erano da 2 a 4. Altrettanti quelli intensivi all’anno per ogni maestro. Le presenze medie a seminario erano di 20/30 persone. Per i maestri più affermati e il fondatore si arrivava a oltre 100 persone. I centri interessati sono Pescara, Montesilvano, Città Sant’Angelo, Alba Adriatica, Colonnella, San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, Senigallia, Ancona e Pesaro. Tra Abruzzo e Marche risiedono numerosi ex adepti, come la pescarese che si è ribellata alle violenze, oltre ad alcuni «maestri». L’associazione poteva contare, fino al 2006, su persone incaricate di reclutare corsisti e aggregarli nelle sedute ai grandi alberghi di Montesilvano. LE TARIFFE DEL MAESTRO. Costo del primo seminario 260 euro; ripetizione seminario 130 euro; seminario secondo livello 750 euro; ripetizione 130 euro; premaster 900 euro, master 12mila euro. Questo il «tariffario» del percorso formativo Arkeon «The sacred path», che comprendeva anche il seminario intensivo da 1100 euro (tra cui uno sulla morte) e la formazione per aziende da 1800 euro per tre giorni. Per entrare nel gruppo Arkeon bastava partecipare a un seminario di primo livello tenuto dai «maestri» dell’associazione, che andava ripetuto più volte prima di poter accedere al secondo livello. Il terzo livello costava 12mila euro ma ne venivano fatturati solo 3mila «perché», dice un fuoriuscito, «secondo il grande maestro, il terzo livello è un dono e lo scambio economico è irrisorio se paragonato al valore effettivo di quest’iniziazione». «SDRAIATI NELLA BARA». Tra gli argomenti dei seminari c’erano «Spirito della Terra», «Esplorazione della relazione con le radici dell’identità del maschile e del femminile»; «Lavoro sul potere personale» (prerequisito per la partecipazione agli altri); «Lavoro sulla relazione con l’energia creativa, il denaro, la prosperità» (il «seminario sui soldi» per diventare persone di successo); «Vivo onorando la mia morte», recupero del valore della morte «riportata alla coscienza come strumento per riscoprire il valore della vita». Secondo alcuni, nel corso di questo «intensivo» gli adepti «venivano fatti sdraiare nella bara e dovevano scrivere l’epitaffio». I SOLDI SEPPELLITI. Un altro corso imponeva ai partecipanti di vestirsi da barboni e chiedere l’elemosina per strada. «Il maestro», dice un altro partecipante, «faceva seppellire a ognuno i suoi soldi scavando per terra e poi faceva scambiare le buche. C’è chi ha seppellito 800 euro e, ritrovando i soldi di un altro, ne ha riavuti solo 50. Chi trova tanti soldi è sulla buona strada. Il commento del maestro? Tu non muovi l’energia giusta per diventare ricco!!!». (e.n.)
PESCARA. Da Pescara ad Ancona, passando per Colonnella, San Benedetto del Tronto e Ascoli Piceno. Si allarga il giro della psico-setta del metodo «Arkeon» per cui il pm di Bari Francesco Bretone ha chiesto il processo a carico di 11 persone. I seguaci del fondatore, il sedicente maestro Vito Carlo Moccia , avevano messo radici tra Abruzzo e Marche, dove qualcuno dei «maestri» continua a operare sotto diversa denominazione. La denuncia della pescarese testimone-chiave, che con le sue dichiarazioni sui «trattamenti» a sfondo sessuale ha dato il via all’inchiesta, ha fatto venir fuori altre storie di persone che hanno partecipato ai seminari «per ritrovare fiducia e stare meglio con se stessi e con gli altri». Da lì sono uscite senza soldi e con mille problemi. L’ESERCITO DEI TRUFFATI. Non tutti i partecipanti ai seminari, oltre 10mila persone in tutta Italia, hanno subìto violenze fisiche. Molti sono usciti dalla setta quando si sono accorti che i soldi spesi in cambio di promesse di miglioramento spirituale erano stati gettati al vento. Tra le ipotesi di reato anche truffa ed esercizio abusivo della professione medica. Tra l’altro, la maggior parte dei seminari non veniva fatturata e i testimoni hanno raccontato che di solito veniva emessa fattura solo al primo seminario e poi più nulla. Insomma, una colossale evasione fiscale. LA MAPPA DELLA SETTA. I «maestri» attivi nel 2006/2007 in Abruzzo erano 3 (una coppia e un singolo). I seminari di due giorni effettuati ogni mese da ciascun maestro erano da 2 a 4. Altrettanti quelli intensivi all’anno per ogni maestro. Le presenze medie a seminario erano di 20/30 persone. Per i maestri più affermati e il fondatore si arrivava a oltre 100 persone. I centri interessati sono Pescara, Montesilvano, Città Sant’Angelo, Alba Adriatica, Colonnella, San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, Senigallia, Ancona e Pesaro. Tra Abruzzo e Marche risiedono numerosi ex adepti, come la pescarese che si è ribellata alle violenze, oltre ad alcuni «maestri». L’associazione poteva contare, fino al 2006, su persone incaricate di reclutare corsisti e aggregarli nelle sedute ai grandi alberghi di Montesilvano. LE TARIFFE DEL MAESTRO. Costo del primo seminario 260 euro; ripetizione seminario 130 euro; seminario secondo livello 750 euro; ripetizione 130 euro; premaster 900 euro, master 12mila euro. Questo il «tariffario» del percorso formativo Arkeon «The sacred path», che comprendeva anche il seminario intensivo da 1100 euro (tra cui uno sulla morte) e la formazione per aziende da 1800 euro per tre giorni. Per entrare nel gruppo Arkeon bastava partecipare a un seminario di primo livello tenuto dai «maestri» dell’associazione, che andava ripetuto più volte prima di poter accedere al secondo livello. Il terzo livello costava 12mila euro ma ne venivano fatturati solo 3mila «perché», dice un fuoriuscito, «secondo il grande maestro, il terzo livello è un dono e lo scambio economico è irrisorio se paragonato al valore effettivo di quest’iniziazione». «SDRAIATI NELLA BARA». Tra gli argomenti dei seminari c’erano «Spirito della Terra», «Esplorazione della relazione con le radici dell’identità del maschile e del femminile»; «Lavoro sul potere personale» (prerequisito per la partecipazione agli altri); «Lavoro sulla relazione con l’energia creativa, il denaro, la prosperità» (il «seminario sui soldi» per diventare persone di successo); «Vivo onorando la mia morte», recupero del valore della morte «riportata alla coscienza come strumento per riscoprire il valore della vita». Secondo alcuni, nel corso di questo «intensivo» gli adepti «venivano fatti sdraiare nella bara e dovevano scrivere l’epitaffio». I SOLDI SEPPELLITI. Un altro corso imponeva ai partecipanti di vestirsi da barboni e chiedere l’elemosina per strada. «Il maestro», dice un altro partecipante, «faceva seppellire a ognuno i suoi soldi scavando per terra e poi faceva scambiare le buche. C’è chi ha seppellito 800 euro e, ritrovando i soldi di un altro, ne ha riavuti solo 50. Chi trova tanti soldi è sulla buona strada. Il commento del maestro? Tu non muovi l’energia giusta per diventare ricco!!!». (e.n.)
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